il BOTTIGLIERE Degustazioni

X Files

di Fabio Rizzari 12 apr 2019 1

Qual è il vino più longevo e robusto del mondo? Risposta facile.

A cadenza più o meno regolare sfido lo scetticismo degli enortodossi pubblicando il resoconto di eventi stappatorii misteriosi. Eventi da X files, li definirebbe un osservatore di almeno quarant’anni. Bottiglie randagie costrette a una vita grama, esposte alle intemperie e agli accidenti della sorte, lontane dalle loro consorelle placidamente al sicuro in una cantina buia, fresca e silenziosa.

Bottiglie che però, contro ogni pronostico, liberano un liquido ancora ben vitale, tutto meno che sfibrato da un’esistenza da clochard. Il post blandamente provocatorio di qualche tempo fa ha suscitato la derisione dei giureconsulti dell’affinamento in cantina, la scomunica degli scribi del sughero, la mia denuncia all’Associazione Enotecnici Italiani per crimini contro la vinità. Alle quali esternazioni ho fatto seguire un rotondo e pacato sticazzi.

Eppure non faccio che trascrivere il resoconto di eventi realmente avvenuti. Che sembrino la narrazione dello sbarco di una nave aliena o meno.   

L’ultimo in ordine di tempo ha avuto luogo presso la bella casa romana di una storica collega del Gambero Rosso. Come contributo per la cena ho portato alcune bottiglie dotate di regolare permesso di soggiorno in cantina (per la cronaca, un saporito Verdicchio dei Castelli di Jesi Villa Bucci 2017 e uno scintillante St Romain 2016 di Alain Gras).

Arrivati al piatto principale, un succulentissimo pollo ruspante arrosto (tenuto in salamoia speziata per due giorni pre-cottura), la nostra ospite, con particolare generosità ma anche con un certo imbarazzo, mi ha mostrato una sfilata di bottiglie in piedi, impolveratissime e dall’etichetta quasi illeggibile: vari Sassicaia degli anni 80/90, due Bordeaux Haut-Batailley 1998, altri flaconi non meglio identificati; e una bottiglia, molto provata nell’aspetto esteriore, di Château Haut-Brion 2002.

L’imbarazzo derivava dalla consapevolezza di averle tenute nel peggior modo possibile: sulla terrazza, in una specie di gabbiotto in pietra e metallo coperto da una tettoia di tegole, a rinforzare l’effetto/forno a legna d’estate. Io sono sbiancato, sia per la qualità dei vini che – soprattutto – per il trattamento subìto. “Da quanto tempo stavano là dentro?”, ho indagato. “Da almeno dieci anni temo”, mi ha risposto la padrona di casa; che subito dopo ha chiesto: “quale apriamo?”.

Ho messo controluce tre o quattro bottiglie, quella con il colore migliore mi è sembrata proprio Haut-Brion 2002. Una volta stappata, con mille cautele, il miracolo: sin dal colore un Bordeaux vivo, tonico, del tutto privo di toni ossidativi. Certo, conoscendo la longevità del cru sono abbastanza sicuro che una bottiglia gemella tenuta come si deve abbia oggi un colore molto più rubino, e un sapore più fresco. Ma il vino c’era tutto, in carne, ossa e tannini, e in particolare nella peculiare e inimitabile nota fumè.  
Che dire? Nient'altro, se non che: a) non incito nessuno a tenere in vini in un gabbiotto in terrazza; b) certi vini sfidano le convenzioni più radicate.

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claudio
12 aprile 2019 15:13 misteri... mi permetto di farmi i fatti degli altri: perché l'amica teneva bottiglie di quel calibro in un contenitore così bizzarro sul terrazzo?!?