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Vita, opere e compensi degli influencer

di Fabio Rizzari 03 mag 2019 1

E del perché la vecchia guardia non ci capisce più una mazza.

Instanti senectae, dicevano gli antichi romani (è un’espressione molto meno frequente sulle bocche dei romani attuali, irreperibile su quelle degli abitanti dei Parioli, di Vigna Clara e del Fleming*).

Una delle caratteristiche peculiari della senescenza è la progressiva difficoltà a rintracciare uno schema di senso della realtà circostante.
Gli strumenti interpretativi di una volta sono andati. Fenomeni nuovi appaiono e si sviluppano impetuosamente, senza che l’anziano riesca a dargli uno straccio di inquadramento logico o di giustificazione o di ricostruzione del percorso causa/effetto.  

A me, ammetto, succede con la violenta sparizione di ogni contenuto mediato nel mondo della comunicazione in generale, e nel nostro mondo del vino nello specifico. E con la parallela affermazione di figure quali influencer, instagrammer, trendsetter (che sembra una specie canina: “che carino, che bel mantello maculato, è un pointer?” “no, è un trendsetter irlandese”).

Cerco di comprendere con grande fatica il fenomeno, ma ogni volta che porto a termine una prima digestione e mi rassegno all’evidenza, la realtà sposta un po’ più in alto – o più in basso, se si preferisce – l’asticella dell’insensato. Così mi è successo parlando un paio di volte con un insider – per restare all’orrida terminologia inglese - del settore. Di qui in poi non faccio nomi, e tuttavia il contesto dovrebbe risultare chiaro anche ai meno informati.

Primo dialogo

- “XXX è un’influencer che ha una forza incredibile. Pensa che la multinazionale Pinca Palla paga alcuni milioni di euro per avere la sua esclusiva solo per un singolo prodotto”

- Milioni di euro? pensavo che le cifre in gioco avessero uno zero in meno, e già mi sembrava incredibile

- “No, no, nessuna esagerazione. Questi sono i compensi. E solo per un prodotto, eh. Pensa al suo fatturato complessivo, considerando tutte le altre fonti e referenti.”

Questo primo bagno di realtà risale all’inverno scorso. Ci ho messo alcuni mesi a metabolizzarne il contenuto. Chissà perché, avevo memorizzato una cifra precisa per il compenso dell’influencer, tre milioni di euro. Evidentemente la mia mente aveva bisogno di ancorarsi a un numero preciso. Poi, a una cena in pizzeria, un secondo dialogo ha riportato i movimenti intestinali in alto mare:

Secondo dialogo

- “Ciao, ho provato il prodotto di cui mi parlavi, certo che è di qualità molto modesta. Bisogna essere davvero bravi per farsi dare tre milioni di euro per parlarne bene”

- “Tre milioni? Macché. Molti di più. Nell’ordine di decine”

- “Decine?”

- “Sì, avevi capito male. Ti dico di più: quell’influencer è il numero uno, ma senti quello che succede con nomi infinitamente meno noti. Ti faccio un altro esempio: una ragazzetta che ha qualche decina di migliaia di follower ha firmato un contratto con un’altra multi-multi-multinazionale per fornire dieci post su instagram all’anno. Per quale cifra? 500.000 euro. Dieci post, capisci? Nemmeno uno al mese”

- (senza parole; poi, dopo aver raccolto la mandibola dal terreno) “Ma allora conviene comprarsi i follower e poi chiedere cachet elevati”

- “Beh, no, sarebbe troppo facile. Queste multinazionali si appoggiano a service che sanno analizzare i flussi reali dei profili social, quindi sanno distinguere tra follower veri e follower generati in automatico”

Bene. Così stanno le cose, piaccia o meno. A me non piace per niente. Ma stavolta l’età non c’entra, o c'entra fino a un certo punto. C’entra il grado di immoralità ancora più inaccettabile delle speculazioni tradizionali. Fino a qualche decennio fa un cosiddetto testimonial doveva possedere una qualche virtù esotica, un fascino superiore, delle abilità rare. Una grande attrice, un campione sportivo, un artista erano su un piedistallo, e venivano adorati dal basso in alto. Come in ogni adorazione che si rispetti.

Oggi l’adorazione è orizzontale, quando va bene. E una teenager di sedici anni può intascarsi mezzo milione di euro per fotografare e postare le sue piccole occupazioni adolescenziali, mentre – mettiamoci il carico della retorica – un ragazzo laureato a pieni voti in fisica o in medicina deve arrabattarsi facendo il rider in bici per due euro a consegna.

Ci aveva visto giusto Umberto Eco, che nel suo Fenomenologia di Mike Bongiorno scriveva nel lontano 1963:     

«Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.»

* zone che brillano per la frequenza di SUV, fuoriserie, uomini palestrati, donne siliconate, negozi griffati, ristoranti lounge/qualcosa, ma che sono del tutto prive di librerie (se si esclude quella dell’Auditorium). Assenti anche sale da concerto, mentre in compenso non manca, nelle prestigiose gastronomie locali, il sale modaiolo, da quello dell’Himalaya a quello rosso di Cipro. Tutte cose che so perché abito in questo quadrante della Capitale.


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Stefano
6 maggio 2019 15:17 Non so se nel tuo quartiere si usa l'espressione, ma "che te rode" ? cioè: capisco lo sgomento, ma non credo siamo arrivati al punto che chi lavora seriamente non lo possa più fare. Non ancora, almeno...