il BOTTIGLIERE Degustazioni

Vino e birra reloaded

di Fabio Rizzari 26 set 2018 0

Cosa c’è in comune tra i due sacri liquidi, a parte il fatto di essere entrambi potabili? Una birra “vinica” prova a chiarire le idee.

Più di dieci anni fa, con il coraggio e l’incoscienza che ancora mi permettevano le estreme propaggini dell’età giovanile, mi buttai a scrivere un post che paragonava un vino e una birra. Parlavo non bene, ma benissimo di entrambi. Ciò evidentemente non bastò: era stato sufficiente anche soltanto osare il temibile paragone. Per i successivi sei mesi fui costretto a girare fuori casa con parrucca e baffi finti, altrimenti qualche birromaniaco mi avrebbe investito con la macchina. O peggio, mi avrebbe costretto a bere una birra craft nerastra e appiccicosa prodotta nel più inaccessibile monastero del Belgio settentrionale.    

A poco o nulla era servito proporre, nel medesimo testo, il seguente paragrafo/scudo:

“Mettiamo da parte, per cortesia, i soliti pregiudizi: sono due bevande imparagonabili tra loro, per storia, tecnica e cultura; l'intero impianto organolettico è diverso, è come accostare una poltrona a un citofono; fino al più classico e rozzo dei luoghi comuni: "il vino è complesso, la birra no". A parte il fatto che la Saison Cazeau (la birra bevuta all’epoca, ndr) ha una ricchezza aromatica e un gioco di chiaroscuri gustativi da fare invidia a un Puligny-Montrachet, resta per me molto chiaro a questo punto che per avere una delicatezza tattile, una bevibilità, un equilibrio, insomma un piacere paragonabile (e ho specificato in che senso paragonabile) con un vino bisogna spendere non 8, ma 40, 50 e magari 100 euro.”

Da allora, reso saggio dall’esperienza, mi tengo accuratamente alla larga da ogni remoto accostamento tra le due sacre bevande, le cui schiere di aficionados si scambiano invettive e scomuniche incrociate; creano papi e antipapi; soprattutto, attribuiscono alla loro fazione la palma del liquido più ricco di sfaccettature gusto-aromatiche, irridendo alla “pseudo-complessità” del beveraggio rivale.    

In questo contesto biografico di prudenza maniaco-persecutoria, un’esperienza degustativa è giunta a sparigliare le carte. Un caro amico mi ha fatto bere una birra firmata da uno dei più famosi produttori di vino della Borgogna. Non bastasse, una birra prodotta con i lieviti di una botte di vino. Sì, proprio: una “birra vinica”. Certamente chi legge e sa di birra sorriderà. Infatti, da quel poco che vedo, per passione o puro marketing si birrifica partendo da tutto: miele, cacao, banane, asciugamani, viti autofilettanti. Quindi figuriamoci quante birre viniche esisteranno.
Però questa era la prima che bevevo.    

La birra, per quanto ne posso capire una specie di lager o di pilsner (certo non un birrone da competizione denso e alcolico) è prodotta da Marc Colin, venerabile vignaiolo di Saint-Aubin, in Côte de Beaune. Per realizzarla sono stati utilizzati nientemeno che i lieviti prelevati dalle piéces del Montrachet: e scusate se è poco.

Codesta M by* Marc Colin, Bière Blonde de Bourgogne, brassé et fermentée à l’aide de levures prélevées dans des fûts de Montrachet Grand Cru, mi ha dato: colore giallo arancione caldo; spuma delicatissima, profumi di qualcosa e di qualcos’altro (non saprei dire), in un quadro aromatico particolarmente fine, “soffiato”; sapore in perfetta corrispondenza, dal tatto impalpabile. Peccato fossimo in cinque a berne una singola bottiglia: non sarebbero bastate cinque bottiglie a testa per placare la voglia di tracannarne un nuovo sorso.

Cosa si rintracciava del Montrachet, o comunque di vinoso? nulla, ovviamente. Era una birra eccellente, e basta. Spero che queste ultime affermazioni servano a evitare di tirare fuori un’altra volta parrucca e baffi finti.

* questo "by" è decisamente poco borgognone

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