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“Vini da scoprire, la riscossa dei vini leggeri”: intervista semiseria nel giorno dell’uscita

di Fabio Rizzari 27 set 2017 8

Da oggi nelle librerie la nuova edizione di “Vini da scoprire”: domande e risposte ai tre autori.

L’attesa spasmodica è finita: è finalmente in libreria la nuova edizione di Vini da scoprire. Reduce dai successi in Sud America, il trio Castagno-Gravina-Rizzari torna con nuovi numeri e nuove attrazioni: e senza l’impiego di leoni, tigri o elefanti.

L’impegno, toni scherzosi a parte, è stato serio, così come lo è l’intento: illuminare di un piccolo cono di luce vini che al momento sono ancora un po’ in ombra. E non per scarsa qualità o demeriti del produttore, tutt’altro. Ma perché appena nati – alle prime vendemmie – oppure realizzati in aree poco battute da appassionati e addetti ai lavori.

A proposito di addetti ai lavori: la scorsa edizione di Vini da scoprire si è attirata qualche velata critica (non più che velata, essendo nei fatti inattaccabile per il livello interpretativo e della scrittura, che si è mossa tra Dante Alighieri e James Joyce) perché alcune etichette erano già state “scoperte” e valorizzate in precedenza da altri colleghi.

Verissimo: mai detto che si trattasse di prime assolute e universali. Nelle nostre intenzioni e in quelle dell’editore Giunti il libro dialoga con un pubblico molto più vasto ed eterogeneo di quello dei professionisti e degli enomaniaci. Non dico solo un neofita, ma anche un buon bevitore, che sa distinguere un Barbaresco da un Taurasi, può legittimamente ignorare l’esistenza della Bianchetta Genovese, o del Pinerolese Ramìe Lou Peui. A lui, come lettore ideale, ci siamo rivolti.

Come lo scorso anno, per celebrare l’uscita dell’opera abbiamo chiesto a un personaggio di rilievo di fare alcune domande agli autori.
Aldo Savoldello, in arte Silvan, ha accettato con entusiasmo, e – da grande prestigiatore – ha definito la proposta “prestigiosa”. Ne è uscita un’intervista semiseria; più semi che seria in realtà.
Ecco il magico risultato:

Se doveste crudelmente indicare un singolo vino che più di altri vi ha colpito nella selezione di quest’anno, quale indichereste?

Armando: Scelta complicata. Tuttavia, se proprio mi puntassero una pistola alla tempia, ecco, tutto penserei meno che di nominare un vino: penso che me la farei sotto, con una pistola alla tempia. Indico comunque il Valtellina Superiore Pietrisco, di Giuseppe Guglielmo, Azienda Agricola Boffalora. Lo trovo splendido. L’ho seguito per alcune vendemmie e alla fine mi sono deciso: l’ultima mi ha veramente affatturato.  

Fabio: direi il Tin, stilizzatissimo Sangiovese in anfora di Silvio Messana, dell’azienda chiantigiana Montesecondo. Un rosso che nasce in un territorio liminare, che è una perifrasi per dire in modo più snobistico “terra di confine”. Come recita la relativa scheda: “se è vero – com’è vero – che il Chianti in senso storico è di suo ‘terra di confine e di frizioni’, la sottozona di San Casciano è confine tra il Chianti più classico, cioè più aspro e severo, semi montagnoso, e le campagne più dolci e rassicuranti a ovest dei sacri recinti della Docg”. “Ne deriva un Sangiovese di squillante sonorità aromatica, limpido, privo di cedimenti sauvage all’olfatto e particolarmente vibrante al palato. Un Sangiovese che si mangia in insalata molti dei rossi suoi conterranei e pare avviato a una lunga vita in bottiglia.”

Giampaolo: La crudeltà si addice piuttosto al mese di aprile, ora siamo a fine settembre e la domanda mi sembra poco tempestiva. Però, se proprio insisti, segnalo la nuova etichetta di Antonio Camillo, l’apprezzato vignaiolo maremmano che ha ben due nomi, ma sul cui cognome preferisco mantenere un certo riserbo. Il vino è un rosso e si chiama Tutti i Giorni: è talmente esemplare dello spirito del libro, che ne andrebbe prescritto un sorso per ogni pagina letta, indifferentemente prima e dopo i pasti, anzi meglio se durante.

Il vino che ha descritto uno dei vostri due colleghi e che avresti voluto “dipingere” tu?

A: Faccio una scelta controcorrente e ne indico uno che avrei voluto dipingere io e che non hanno descritto neanche i miei colleghi: il Bianco Capena “Sterpacce” Riserva 2014 di un grande vigneron di quelli coi calli alle mani, Generoso Fricchione, coniugato Scozzafava. Un vino così raro, ma così raro, e così sconosciuto, ma così sconosciuto, che ho pensato fosse meglio non scoprirlo, l’ho ricoperto ed è ancora lì, a circa 600 metri dall’uscita autostradale, alla base del terzo platano andando verso Fiano Romano. È stato prodotto in un’unica bottiglia. È qualcosa di clamoroso. Smentitemi.

F: il Mareneve di Federico Graziani. Non l’ho mai assaggiato e nemmeno ne avevo mai sentito parlare. Ma mi sembra bellissimo il nome, visto che amo sia il mare che la neve.

G: Colleghi? Quali colleghi? Se ti riferisci a quei bellimbusti di Armabio Rizzagno e Fando Castari, che hanno allegramente scopiazzato (deformandole) molte delle mie intuizioni, ho già affidato ai miei legali il mandato di perseguirli nelle sedi appropriate.

L’Italia è davvero una miniera di tesori enologici ancora oggi in parte nascosti, oppure avete trovato più difficoltà a scovare bottiglie sconosciute o poco conosciute dai più?

A: L’Italia è una miniera, non c’è dubbio. Vi si trovano tesori enologici praticamente ovunque. Io cercavo in verità i tesori veri, quelli di oro, soldi, eccetera, ma ho trovato solo vini purtroppo. Non ho avuto difficoltà particolari a trovarne 40, mi pare di 15 regioni diverse; la lista che mi ero fatto quest’anno contava 82 vini, quindi scongiuro Giunti di pensare sin da ora alla terza edizione, perché ce l’ho praticamente fatta. Scherzi a parte, non scherzo affatto: signor Giunti, per favore, ci pensi. Scherzi a parte, almeno altre quattro o cinque etichette che sarebbero state perfette per il libro mi sono capitate nel bicchiere entro la prima settimana dalla consegna dei testi. Va così. Credo che la fossilizzazione di una certa critica su determinati nomi, dei quali è certa la solvib... la qualità della produzione porti come risultato la relativa facilità di trovare tanta bellezza uscendo dal seminato. Cosa che fanno del resto anche diversi colleghi capaci e indipendenti nel giudizio.

F: l’impressione già avuta lo scorso anno si rafforza: la penisola e le isole sono piene di vini fuori dal radar dell’appassionato e che invece meritano ampiamente maggiore fama. Certo, l’esplorazione non potrà essere infinita. Diciamo che dopo 3.300 edizioni si dovrebbe esaurire il filone.  

G: Non solo di vini: l’Italia è una miniera di vignaioli in pectore. Ingegneri farmaceutici, attori di teatro, impiegati di banca, pubblicitari, ferrovieri. Il nostro libro può anche essere letto come un repertorio di pentimenti e/o ravvedimenti assortiti, dal momento che la sbandata per il vino contagia tutte le categorie professionali, dagli abati agli zuzzurelloni. Sarò all’antica, ma io resto dell’avviso che ognuno dovrebbe fare il suo mestiere: il vino ai vignaioli, le tasse ai tassisti e i bidet ai bidelli.

Quale area produttiva vi sembra più dinamica oggi, almeno stando alle vostre ricognizioni?

A: la Campania in generale, e forse la provincia di Napoli in particolare; tra Capri, Ischia, i Campi Flegrei e il Vesuvio la zona annovera a mio parere terroir di eccellenza non regionale né nazionale, bensì planetaria e forse anche galattica; a onore del vero, l’area esprime già da tempo una qualità media elevata (leggasi bene: “esprime già da tempo”). Nulla comunque si può dire di definitivo, se non congetture come queste che lasciano il tempo che trovano, finché la qualità dei vini della provincia di Napoli non sarà certificata dall’ottenimento di almeno dieci punteggi superiori a 96/100 sulla prestigiosa rivista “The Wine Marpion” e almeno dieci punteggi inferiori ai 40/100 su “L’Astemio”.

F: una domanda che si presta perfettamente alla classica e sempreverde risposta evasiva “la situazione è a macchia di leopardo”. Non mi sembra che una zona svetti sulle altre in modo particolare. Comunque, per dirne una: in Umbria parrebbe che – dopo un paio di decenni a rimorchio di scelte colturali ed enologiche miopi e irriconoscenti verso la tradizione – si stia rivalutando (almeno parte) del patrimonio ampelografico storico. Meno dinamico il quadro produttivo del Monte Bianco e del Monte Rosa: e sì che potrebbero fare – coerentemente con i loro nomi – ottimi bianchi e rosati di altura. Ci si arriverà, comunque: con il cambio climatico ogni anno la fascia adatta alla vite sale di almeno 300 metri slm. Basta quindi attendere una decina d’anni.

G: Il dinamismo è talmente diffuso che forse si fa prima a nominare le zone vinicole dove non c’è fermento. Già, ma se non c’è fermento non c’è neanche vino, perciò questa magari tagliala, che non mi è venuta bene*.

Parlate soprattutto di “riscossa dei vini leggeri”. I vini sopra le righe quanto a estrazione e massa bruta al palato, i bomboloni tutta ciccia e legno, sono davvero in fase di remissione, oppure questo modello resiste?

A: Il modello cicciuto resiste e anzi fa nuovi adepti: uno sono io, che il prossimo anno sfornerò il mio primo vino da produttore, secondo il mio nuovo gusto. È un Pizzutello in purezza vinificato con i raspi entro un missile sovietico dismesso ad opera del lievito Bertolini; quando abbiamo inoculato il lievito, è uscita una colonna di fumo azzurro dall’aspetto di Uri Geller in atto di pugnalarsi. È abbastanza intenso, ed è maturato in barile di pioppo per 46 anni, indi è seguito affinamento di 6 ore in bottiglia. Cacciagione. È un vino che oserei definire strutturato, essendo evaporato quasi tutto, e infatti ha la consistenza dello Spuntì; odora però di legno dal quartiere accanto. Conto su numerosi premi, e ovviamente sull’inserimento in “Vini da Scoprire 3”; sono alla ricerca di un nome adatto, anzi se qualche lettrice o lettore di genio volesse consigliarmi, ringrazio.

F: Resiste in forma residuale presso alcune frange di consumatori: hooligans sottoposti a Daspo, indossatori di catene d’oro (1,5 chili minimo), signore fanatiche della chirurgia plastica fasciate in vestiti leopardati, possessori di fuoristrada a sei ruote, e simili.  

G: La tentazione di confezionare prodotti vistosi, se non palesemente pacchiani, resiste in tutti i comparti del made in Italy, dalla moda alle automobili. E il vino non fa eccezione, anzi. Va tuttavia registrata una certa inversione di tendenza: se prima la concentrazione era esibita come un vanto e alimentava un orientamento stilistico molto diffuso, ora resta per lo più appannaggio di una nicchia di bevitori di etichette ed estimatori dell’opulenza. Il libro ovviamente rifugge da ogni giudizio affrettato e fa sua una posizione che mi sento di definire equilibrata e rispettosa, ispirata al gusto delle sfumature. A questa minoranza di minorati, nostalgici dei vini “masticabili”, diciamo pacatamente e garbatamente: masticazzi!

Come si vede non l’ho tagliata...

COMMENTI (8) AGGIUNGI UN COMMENTO



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amadio ruggeri
27 settembre 2017 09:51 Pietracalda, Pietraincatenata, Pietranera...è ora di dire basta! Armando, fermiamo questa deriva mineralogica, dai al tuo vino il nome che si merita: Pietratombale.
Stefano
27 settembre 2017 10:38 Se viene da uva pizzutello, non si potrà chiamare che Cazzutello, viste le caratteristiche. Nome che , latinizzato in Cazzutellum, suggerisco per la futura legge elettorale, qualsiasi essa sia.
claudio
27 settembre 2017 10:47 Per il nome del vino di Armando suggerirei Ca' Stagno. Ovviamente dev'essere il suo vino base, spero proprio nelle prossime annate di assaggiare anche la versione Riserva. N.B. sul sito dell'editore è riportato: Dimensioni 20 x 20 x 20 cm la riscossa dei libri pesanti
Fabio Rizzari
27 settembre 2017 11:46 Le suddette dimensioni sono ovviamente errate: le dimensioni corrette sono 110 x 200 x 370 centimetri (chilogrammi 31 complessivi)
Alberto
27 settembre 2017 13:35 basta che non lo chiami Castagnaia... :)
vocativo
27 settembre 2017 14:51 Ma le dimensioni non riguardano il Cazzutello, nevvero?
Federico
30 settembre 2017 12:46 Io lo chiamerei: "Pizzutello in purezza vinificato con i raspi entro un missile sovietico dismesso ad opera del lievito Bertolini" Ma lascia stare la DOC e vai con IGT che sei già abbastanza famoso, non ti serve.
Giovanni
4 ottobre 2017 11:09 Ottimi libri con molti spunti interessanti e scritti molto bene.