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Una persona speciale

di Fabio Rizzari 15 dic 2017 0

Ritratto non sintetico di un vero amante del vino, nel giorno del suo compleanno.

Il mio amico Steve Armstrong ha compiuto da poche ore sessant’anni. Presto lo festeggeremo, con altri amici, in una serata piena di vino. Steve è una persona speciale. Anzi, forse unica: è l’unico uomo che io conosca – perché non ho l’onore di aver incontrato il Dalai Lama – del tutto incapace di sentimenti negativi: mai visto Steve litigare con qualcuno, o prendersela per la miriade di rotture di coglioni che la vita dissemina lungo il percorso quotidiano, mensile e annuale. 

Steve è canadese, ma vive in Italia da trent’anni e passa. Così ne scrive il suo fratello – di bevute e non – Cameron (traduco in maniera approssimata dall’inglese):

Steve Armstrong è una delle mie guide turistiche nella vita da oltre quarantanni. Nonostante la mia scontrosa misantropia, mi ha in qualche modo tenuto sotto controllo, mi ha assecondato, mi ha divertito, e ha provato  a volte invano  a tirarmi fuori dai guai. È un uomo di salda amicizia, un buon consigliere, con un carattere a prova di proiettile. Niente sembra turbarlo. Donne, città, posti di lavoro. Poteva succedere di tutto, ma quando la polvere si posava, Steve era lì, ancora in piedi e sorridente, con un bicchiere di Barolo in mano.

A metà degli anni ’80 Steve si è trasferito in Italia e ha affrontato un futuro in una lingua che non parlava. Questo l’ha fermato? No, non l'ha fatto. Il suo italiano non era perfetto, e allora? Sarebbero stati gli italiani a doversi adattare. E infatti si sono adattati.

Il coraggio di Steve e la sete di nuove esperienze fanno parte del suo DNA. Quando ho proposto, ad esempio, che fosse il protagonista nel mio primo film  che avevo scritto su di lui  ha subito accettato dicendo “sarà divertente”. Nonostante non avesse alcuna esperienza di recitazione, non era preoccupato. E perché avrebbe dovuto? Se la sarebbe cavata in qualche modo. “Pensi che qualcuno lo veda davvero questo film?”. Aveva ragione di nuovo: è stato divertente. E nessuno il film l'ha poi visto, grazie a Dio.

Poi ho iniziato a lavorare su un certo numero di programmi per alcuni “Food network”. Steve non aveva bisogno di spettacoli o di sceneggiature. Invece, VIVEVA il cibo. Esploratore gastronomico di prim'ordine, non c'era nessuna materia prima che non si sarebbe messo in bocca, almeno una volta. (…)

Mi ricordo che una volta negli anni '80 mi ha telefonato dall'Italia e mi ha detto: “Ho due parole per te: Bruno Giacosa” e poi ha riattaccato. Molto prima che Robert Parker avesse divinizzato Giacosa, Steve gli aveva fatto visita, l’aveva conosciuto e aveva riempito la sua cantina con i suoi vini. Stiamo ancora raccogliendo i benefici di questa scoperta trent'anni dopo.

Il signor Armstrong è eccentrico ed eclettico, ma anche, forse inaspettatamente, affidabile. Sarà dove dice che sarà, in orario, ogni volta. Cime di montagne. Bar in città straniere. Aeroporti oscuri. E visto che sa che gli altri non sono affidabili, sarà rilassato quando arriverete in ritardo. Potete contare su di lui.

Come rovescio della medaglia è pronto a portare i tuoi figli adolescenti a bere alcolici a Venezia o a lasciare che guidino il suo scooter a Roma quando sono poco più dei bambini! (…) E poi c'è stata la volta che ha suggerito, sul serio, che avrei dovuto scalare il Monte Bianco con lui indossando sacchetti di plastica sopra le mie scarpe da corsa, al posto di veri scarponi da arrampicata.

Steve è grande e generoso, ma non è forse il miglior ospite quando ritorna in Canada. La vita qui lo frustra. Troppo razionale. Troppo legata alle regole. SOLO PERCHÉ le auto guidano nelle loro corsie, vuol dire che deve farlo anche lui? E perché fermarsi ai semafori rossi?
Ancora peggio, non fatelo iniziare a parlare delle leggi sugli alcolici dell'Ontario.

Ma queste sono solo piccole frustrazioni nella vita di un uomo dalla schiena dritta, uno che ha regalato belle cose a così tante persone. È giusto e appropriato che ora sia finito a vivere in Piemonte, circondato da vigne di nebbiolo. Forse anche quelle di Bruno Giacosa. C'è del genio in questo. Buon compleanno, signor Armstrong. Sessant’anni impressionanti!

E così ne scrivevo io un decennio fa:

Il mio caro amico Steve Armstrong è un canadese che vive in Italia da ormai vent’anni, ma parla ancora come Don Lurio (per chi se lo ricorda). Disorientato, anziché arricchito, dalle varie influenze linguistiche che si sono stratificate sulla base dei suoi spostamenti di residenza lungo la penisola – cadenza trentina, dialetto romanesco, modi di dire langhetti – oggi il suo italiano è più indecifrabile di una decina d’anni fa. Anzi, secondo il suo più vecchio compagno di scuola, Cameron Rothery, che vive tuttora in Canada, Steve “non parla nemmeno l’inglese”. 

Ciò non toglie che Steve si faccia capire benissimo. Sul piano migliore, quello extraverbale, quello delle emozioni: e infatti è amatissimo dalle schiere di connazionali che lo conoscono, da nord a sud. Steve, che come copertura dice di essere un esperto di informatica, è nei fatti un grande appassionato di vini, conosce pressoché tutti produttori italici, e non solo, tiene corsi di degustazione per stranieri (non so in quale lingua) e sta progettando una nuova attività in campo enoico. Vedremo.

E poi, in un post successivo, continuavo con un aneddoto:

Sono stato invitato, con Giovanni Bietti e altri amici, tra i quali Steve Armstrong, a mangiare nella casa della famiglia Chiaramonte, nelle campagne di Modica. I genitori di Carmelo sono contadini, il padre parla principalmente o soltanto in dialetto modicano stretto. Mentre Carmelo cucinava, suo padre ha accompagnato Steve, che non si esprime in alcuna lingua conosciuta, a fare un giro nella campagna circostante. Date le premesse, nessuno poteva immaginare come avrebbero potuto comunicare. Dopo qualche minuto li abbiamo visti tornare, entusiasti, mentre annuivano l’uno all’altro e si scambiavano ampi gesti di approvazione reciproca. Ho còlto pochi frammenti di “conversazione”: il vecchio contadino ripeteva frasi incomprensibili, in mezzo alle quali si decifrava soltanto la parola “Muuòtoca” (che immagino si riferisse alla città di Modica); Steve era altrettanto ermetico: nel suo caso l’unica parte intelligibile del discorso era “fighissimo proprio”.

Eppure i due comunicavano benissimo. In una maniera più profonda, più vera, rispetto al rumore di fondo delle parole. Comunicavano per così dire di pancia, in perfetta sintonia emotiva.

Cosa c’entra tutto questo in un blog enoico? C’entra eccome. Molti enomaniaci si perdono il meglio – cioè il vino come medium, come tramite alato per comunicare e stare bene con gli altri e con se stessi – perché durante una cena si perdono in minuzie insignificanti (“ma avrà usato tonneaux di primo o di secondo passaggio?”). Perché litigano sul concetto di vino naturale, o si storcono perché in una carta dei vini manca l’annata che cercavano. O perché un vino che sa di tappo rovina loro la serata.

Steve invece una sera si concede uno Cheval Blanc, e la sera dopo, in un’osteria che sarebbe stato meglio non prendere nemmeno in considerazione, beve rilassato il “rosso della casa”, che magari è un vinello piccolo, povero, senza pretese. E se avanzi qualche riserva (nel senso di perplessità), Steve risponde serafico “Vabbè, a me mi piace questo”.

Mi sbaglierò, ma il vino rimane un piacere semplice, pur essendo un oggetto polisemico. Come non mi stancherò mai di ricordare, il vecchio Veronelli insegnava a cercare i pregi in un vino, non a cercarne i difetti. E a goderseli, i pregi di un vino. Un insegnamento che Steve conosce bene. Molti auguri, Steve.

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