il BOTTIGLIERE Degustazioni

Una bicchierata tra vecchi commilitoni, con una sfolgorante Riserva

di Fabio Rizzari 03 nov 2017 0

Grandi bevute e una singola delusione durante un pranzo tra degustatori.

Quando posso rivedere i vecchi compagni d’armi, con i quali facevamo squadra per la guida dei vini dell’Espresso – gestione due –  sono felice. Oltre a Giampaolo Gravina, con il quale continuo a lavorare per altri progetti editoriali, sono rimasto in ottimi rapporti con tutti gli altri.

Sabato scorso abbiamo formato una rumorosa tavolata allo Scoglietto di Rosignano Solvay, ristorante sul mare di Claudio Corrieri, uno del gruppo. Non eravamo al completo, ma comunque formavamo un drappello da combattimento stappatorio di comprovata esperienza nelle bevute compulsive: il Gentili, ovviamente, che è del luogo; il Corrieri, di casa; poi il saggio Pardini, da Torre del Lago, il Bartolotta, da Firenze, e Lorenzo Coli, un gradito ospite.  

Tra le bottiglie, un’unica grande sfiga: un Clos de la Roche Lignier 1997 orribilmente sfigurato da un tappo grande come la Torre di Pisa. Peccatissimo, perché sotto lo strato lavico steso dal Trc* si coglieva un liquido prodigioso. Ma, a bilanciare la violenta delusione, anche:

- uno stupefacente bianco tedesco, il (o lo) Johannisberg Auslese Burg-Layer Scheurebe 1989 di Michael Schäfer: color miele, profumato di tutti i profumi del mondo e una specie di fantasma onirico al palato, perfetto come un cerchio, purissimo come la sfera di cristallo di rocca del Salvator Mundi attribuito a Leonardo (con alcune controversie) che sta per andare all’incanto da Christie’s per “soli” 100 milioni di dollari di base d’asta; 

- un impressionante Champagne Clos de Goisses 2002 Philipponnat, in sublime equilibrio dinamico tra correnti odorose di ostrica e di tartufo bianco;

- un magnifico Gruner Veltliner 2014 di Manni Nössing: fontana vivace di freschezza, trasparenza, delicata aromaticità.

E poi, tra i rossi, portata dal Gentili, una boccia italiana di altissima qualità: il sorprendente Chianti Classico Riserva Ormanni Borro del Diavolo 2013. Scrivo sorprendente perché, a dirla tutta, non mi era mai capitato di trovare un rosso di questa casa vinicola formato con tanta grazia, per un risultato di tale felicità espressiva:

Ciliegia di media intensità alla vista – né il colore di un rosato, né quello di supertuscan: il colore di un vero Chianti – e profumi ariosi, sollevati, tra la classica violetta e una sottile nota di lampone; dolci per la maturità del frutto, eppure non larghi né tantomeno molli. Palato lirico per delicatezza di tocco, finissimo nell’estrazione tannica, misuratamente marcato dall’alcol in chiusura, che risulta persistentissima e pura.

“Fantastico, solo un po’ largo nel finale”, ha chiosato l’esigentissimo Pardini. Ma stavolta non mi ha trovato d’accordo: per me si tratta di un conseguimento raro. La brillantezza di questa riserva è fortissima, e difatti - mi assicura il Gentili, che ha assaggiato nei mesi scorsi le nuove annate della zona del Chianti Classico - in degustazione coperta si stagliava tra molti altri vini della celebre denominazione con la sfolgorante energia di un astro di prima grandezza: come in un cielo notturno limpido e stellato un punto luminoso della magnitudo di Vega, o di Sirio.

Non ho compulsato i numerosissimi elenchi di onorificenze autunnali che le pubblicazioni di settore attribuiscono ai grandi vini italici, sarebbe stato un lavoro a parte. Ma sono certo che un rosso di questa statura, la statura di un classico, avrà ottenuto numerosi riconoscimenti.

* tricloroanisolo, il testimone olfattivo del “tappo” classico.

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