il BOTTIGLIERE Riflessioni

Un vero vino dell’Etna, finalmente

di Fabio Rizzari 14 apr 2017 0

In mezzo a non poche etichette “addomesticate”, un bianco etneo di forte personalità.

Un tempo conosciuti e bevuti solo fino a duecento metri dal confine del comune di Bronte, i vini dell’Etna sono oggi sulla lingua – metaforicamente e letteralmente – di appassionati del mondo intero. Dal freddissimo villaggio di Ojmjakon, in Siberia, il cui circolo “Viva il Nerello” conta sette soci, fino all’Isola di Santa Inés, nella Terra del Fuoco, che organizza ogni anno la sagra “Mineralità e sapidità dei bianchi etnei”, è tutto un fiorire di passioni entusiaste per i liquidi alcolici prodotti sulla Muntagna.

Con il sacro monte Etna ho da sempre un rapporto complesso: da un lato è la terra di mio padre, dall’altro un luogo misterioso, pieno di energia difficile da interpretare e definire, tutto meno che tranquillo. Un’energia che – suoni retorico quanto si vuole – scorre nei vini migliori in misura facilmente percettibile sotto forma di profumi graffianti, acidità accese e talvolta viperine, correnti saline paragonabili a una sorsata d’acqua da mezzo litro che ti entra in bocca quando nuoti nel Mar Tirreno agitato.

Un’energia che, spiace dirlo, è paradossalmente via via meno percettibile man mano che la produzione viticola cresce ed aumenta il numero di etichette presenti sul mercato.

Non posso che considerare un’astrazione priva di fondamenta storiche la mia visione del vino etneo di vent’anni fa: gli specimen imbottigliati disponibili allepoca erano scarsi (i monovitigno di Benanti, le sparute bottiglie della Cooperativa Agricola le Vigne dell’Etna e poco altro) e giocoforza mi sono formato un’idea romantica, vaga, superficiale del carattere etneo nei bianchi e nei rossi. 

Salvo Foti, figura centrale per la diffusione delle conoscenze sulle vigne del posto, mi ha fatto provare negli anni vari vini, anche rari e rarissimi – ricordo il suo Vinupetra o lo Iattu del geniale Carmelo Chiaramonte –, tutti accomunati da una certa, rustica scontrosità iniziale nello sviluppo aromatico e soprattutto gustativo.

A torto o a ragione, da sempre associo questa scontrosità al tratto peculiare di un vino etneo. Per questo molti vini attuali prodotti in loco, soprattutto rossi, tendono a deludermi: precocemente addomesticati, addolciti dai toni di legno nuovo, ammorbiditi nel dialogo acidità/tannini. Insomma, privati del lato ombroso e irriducibile del “vero” vino dell’Etna.

Mi ha fatto quindi davvero piacere ritrovare la grinta così idealizzata di un vino del posto nell’Etna Bianco Vigna di Milo Caselle 2014 I Vigneri: niente note speziate, andamento per nulla incanalato nei binari rassicuranti dell’equilibrio frutto/acidità/alcol, nessuna nota dolce conclusiva. Proprio all’opposto, profumi di piccolo porto di mare (piccolo, quindi auspicabilmente pulito), attacco di bocca affilato, centro scalpitante e salino e tuttavia di una certa pienezza, finale ritmato, incalzante, di inarginabile bevibilità.

Se lo fanno pagare, I Vigneri: credo intorno ai 30 euro o oltre. Ma li vale tutti.

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