il BOTTIGLIERE Degustazioni

Un vecchio Madeira e un vecchissimo Madeira

di Fabio Rizzari 21 set 2018 0

Dal 1940 al 1780, attraverso la vertigine dei secoli.

La mia vita di bevitore è radicalmente cambiata quando ho scoperto, molti anni fa, che Madera e Madeira sono lo stesso vino. Non che ne bevessi molte bottiglie, anzi. Poteva capitare, e capita ancora oggi, di berne una all’anno, se va bene. Per una sorta di attrazione/resistenza verso la tipologia. Il carattere ombroso, sfuggente, chiaroscurale dei pochi vini di Madeira che ho provato ne hanno infatti delineato nella mia mente un’immagine sensoriale paradossalmente non del tutto edonistica.

Per quello che vale un giudizio tanto scarno nel radicamento dell’esperïenza, il Madeira, incasellato di solito nella rassicurante categoria dei vini dolci fortificati (anche se esistono varianti meno zuccherine, il Sercial e il Verdelho), offre invece un lato vagamente inquietante. Non lo scrivo soltanto per via dell’energia da tutti riconosciuta ai vini da terre vulcaniche – che spesso, anziché menare solo fendenti di luce, sprigionano lampi d’ombra improvvisa – ma anche perché si tratta dell’unico vino del quale ho potuto assaggiare esemplari vecchissimi, plurisecolari: il più venerabile Madeira che ho avuto l’onore di bere era infatti nientemeno che un 1780. 

Era l’epoca eroica delle prime bevute, avevo appena incominciato a capire che il vino tollera e pure incoraggia distinzioni più sottili rispetto a “bianco o rosso”. La bottiglia del 1780 - vendemmia di base del solera - era stata offerta da Paolo Badaracco, allora titolare della ditta omonima di vini antichi rari e rarissimi.

Il mio carattere schivo e detestatore della retorica fa resistenza, ma lo scrivo lo stesso: avere un contatto fisico con un’entità che vive da oltre due secoli ha qualcosa di mistico. Come scoprire che la tua è l’unica non multata di una fila di venti macchine. Nel 1780 Beethoven aveva dieci anni, Mozart ventiquattro; per dire. Era un liquido quasi impossibile da descrivere. Più un Caffè Borghetti che un vino: cioccolato/caffè in un involucro di acqua marina cristallizzata. Detto così fa un po’ senso, eppure l’insieme era nulla di meno che iridescente.

Un’emozione che ho ritrovato, intatta, a distanza di un quarto di secolo, ieri: quando ho stappato insieme agli amici e sodali fraterni Armando Castagno e Giampaolo Gravina una bottiglia di Madeira Reserva Solera 1940 Veiga. Un vino estremo. Nell’aspetto: marrone mogano opalescente, tutto meno che cristallino nella trasparenza. Nei profumi: una spremuta di fichi secchi, datteri e roccia di mare (valla un po’ a spremere, la roccia di mare: provaci, provaci se ti riesce). Nel sapore: come nell’antica bevuta, un insieme bizzarro e non conciliato di cacao, fichi caramellati, iodio, vernice fresca, salgemma. “Sembra proprio una via di mezzo tra un Vin Santo Occhio di Pernice e un Marsala”, nelle parole del tutto appropriate di Giampaolo.

Il Madera o Madeira, dunque. Un vino non ancora completamente sopraffatto dalla speculazione. Un vino da cercare e da bere ben più spesso di una volta all’anno.

COMMENTI (0) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

Non ci sono commenti