il BOTTIGLIERE Degustazioni

Un nuovo bianco (e altro)

di Fabio Rizzari 26 lug 2017 1

Dalla zona dell’Oristanese un piacevole bianco secco.

Il nuovo bianco di Angelo Angioi è buono. Non è un vino originale, anzi è prevedibile nella proposta: colore giallo chiaro, profumi di litchi e agrumi, sapore cosiddetto equilibrato, qualche lieve inflessione dolce, finale tenuemente salino. Angelo Angioi ha fondato da alcuni anni la nuova azienda Salto di Coloras – su un altipiano roccioso dell’Oristanese a circa 200 metri sul mare – e ha firmato finora un’unica etichetta, una riuscita Malvasia di Bosa. Il nuovo bianco secco si chiama Phoenix ed è ottenuto giustappunto da uve malvasia. Il 2016 sviluppa un volume alcolico di 14 gradi, ma non risulta caldo né tantomeno bruciante.

Se avesse una molecola di carattere in più non sarebbe un male, ma d’altra parte non si può sempre pretendere maniacalmente che il vino sia originale, che spiazzi il bevitore, che lo intrattenga e lo stupisca come un attore sul palco. Queste sono tutte derive di una modernità che pretende lo spettacolo ovunque, anche dai colori e dalle forme della carta igienica.  

Post scriptum
Un aneddotto addiacciante. Premettendo che non si può mica parlare soltanto dei massimi sistemi enoici, quali: se il vino sia un oggetto ermeneutico o euristico; cosa pensavano i tomisti della presenza del Cristo nel vino (problema della “presenza reale”) durante l’Eucaristia; i rimandi alle vigne tedesche nella Musurgia Universalis di Athanasius Kircher; se il rosé Pink Lady sia da bere in presenza del proprio avvocato o meno. Ci sono anche i minimi sistemi enoici.

Una volta l’anno, grazie a un’oculata raccolta punti della Conad, soggiorno in un sontuoso albergo multistelle in Alto Adige, dove resto due o tre notti al massimo. Là ho assistito con i miei occhi al consumo di un ghiacciolo di... Sassicaia (2013). “Devi provare Ruperto” – diceva l’enofilo in sovrappeso all’amico enofilo in sovrappeso mangiucchiando un siluro nerastro sorretto da uno stéccolo – “con un alsaziano bianco è meglio, ma anche questo non è male”.

Fin qui c’è in realtà poco di cui scandalizzarsi, aristocratici del passato fiaccavano a temperature assai basse vini pregiatissimi. Un esempio per tutti, alla tavola di un antenato dell’attuale conte de Lur Saluces si consumava Yquem in forma semisolida, tipo sorbetto: infatti “passandoci un dito sopra si formava un piccolo solco”. E il lusso di un ghiacciolo di Meursault, per dire, me lo togliererei volentieri anch'io di quando in quando.

C’è molto di peggio. Qualche facoltoso imbecille usa i Premier Cru di Bordeaux per lucidarsi le scarpe. Altri buttano in un unico seau à glace due o tre diversi vini rari e costosissimi (un Yquem, un Latour, uno Cheval Blanc) e si bevono il liquame così vigliaccamente ottenuto.

Non auguro il male di nessuno; certo però che se a costoro arrivasse un attacco di dissenteria mentre ascoltano un concerto, al centro esatto di una massa di trentamila persone, dentro uno stadio, non ne sarei molto dispiaciuto.  

* nome di fantasia (dovrebbe cogliersi agevolmente la sfumatura ironica)


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Stefano
31 luglio 2017 10:13 A me risulta che in un ristorante pluristellato il responsabile di sala pluripremiato prepari plurivini con mischioni che - se fossi il produttore - denuncerei all'istante.