il BOTTIGLIERE Degustazioni

Un Brunello di Montalcino poco noto

di Fabio Rizzari 10 mar 2017 2

Il Brunello dell’azienda Poggiarellino non è tra i più recensiti, ma merita un supplemento di indagine.

Ludovico Ginotti e Anna Toti

Ludovico Ginotti e Anna Toti

Foto di Gae Saccoccio

“Sa, l’importante, nel nostro mestiere, è di trovarsi nelle condizioni di fare un po’ di manfrina… Sa, tanto nessuno ci capisce niente… né quelli che lo producono, né noi che lo vendiamo… neanche noi… neanche noi…”.
Mario Soldati, Vino al vino

Rivendersi descrizioni fantasiose è da tempo immemorabile l’attività centrale di chi comunica il vino. La cosiddetta fuffa è la regola, più che l’eccezione. A maggior ragione oggi, dato che pressoché qualunque persona ha qualcosa da scrivere su qualsiasi vino.

Non è una novità, dunque. L’importante è che gli appassionati siano consapevoli che una quota rilevante – diciamo il 93% – di ciò che leggono su una bottiglia di vino è frutto della fantasia più o meno allucinata del recensore.

Bisogna variare, sostiene da anni un collega cui sta molto a cuore la salute mentale dei suoi lettori, “non si può mica sempre scrivere fruttato, tannico, alcolico come si scriveva cuore e amore nelle canzoni di una volta”.

Non mi interessa fare esempi più o meno tragicomici della prosa immaginifica che si accumula in una montagna altissima da vent’anni a questa parte; ne ho parlato varie volte, ne hanno parlato varie volte.

Mi interessa il tema della variazione. Fino a che punto un gioco di equilibrismo sui sinonimi viene compreso e apprezzato? Oltre quale segno si sconfina nel dannunzianesimo velleitario?

Si tratta di una linea di demarcazione mobile. Lettori convenzionali nella loro posa anticonvenzionale di solito apprezzano maggiormente descrizioni eterodosse: hanno l’impressione che dire di un vino fallocratico, o sinusoidale, o carbonato, segnali nel critico un maggiore acume interpretativo. Lettori che badano al sodo, cioè a capire che razza di vino uno sta provando a descrivere, tollerano invece un grado significativo di prevedibilità lessicale: tannico, fruttato, persistente, alla stregua di cuore, amore, rosa, tramonto.

Ho assaggiato un Brunello che non conoscevo, trovandolo molto interessante: il 2011 del Poggiarellino. Prodotto da Ludovico "Lele" Ginotti e Anna Toti dalle parti di Buonconvento, a nord del paese di Montalcino, ha in etichetta un carattere pregiudizialmente per me poco attraente, una minacciosa dichiarazione di volume alcolico a 15,5 gradi.

Ne ho trascritto poche note, che stavo appunto rileggendo in vista della pubblicazione del post di oggi. E la ricorrente, marginale perplessità è tornata ad affacciarsi: che faccio, per non usare i soliti termini mi butto in qualche variazione di fuffa? No, mi rispondo di no, come sempre.

La scheda come avrei potuto farla:

“Disposizione cromatica accattivante, un gioiello rubìneo sfaccettato; sfaccettato anche a livello olfattivo, un caleidoscopio di profumi insospettabilmente verticali per il grado alcolico dichiarato: menta, rubylis muschiata, ribes rosso, poi più morbidi di acino tenuemente disidratato. Bocca sinuosa, polputa, la spirale aromatica si avvolge su se stessa verso l’alto grazie alla spinta dell’alcol. Il finale è caldo ma rilevato, ricco di sfumature di rubylis non muschiata, cardamomo, guava, cassava, cocoyam, pitaya rossa, tamarindo, alchechengi”.

La scheda come la faccio:

“Colore di media intensità, poco saturo rispetto a molti altri Brunello, profumi netti, meno alcolici del previsto, sollevati da aromi balsamici e rinfrescanti; palato dai tannini classicamente terrosi, cioccolatosi, gusto comunque di buona articolazione e slancio, finale incisivo, persistente, pulito, tenuemente caldo”.

COMMENTI (2) AGGIUNGI UN COMMENTO



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vocativo
11 marzo 2017 15:41 Ho mandato in tilt google con questi frutti più o meno esotici... Mi son fatto l'idea che questo brunello somigli più a un succo tropicale che a un vino. Cioè... a un vino come sarebbe potuto essere.
graziano
12 marzo 2017 16:59 terso, grassamente Rutilante no?