il BOTTIGLIERE Degustazioni

Tradizione e innovazione nei rossi di casa Ceretto

di Fabio Rizzari 09 mag 2018 0

Nelle Langhe un passaggio tra vecchie e nuove generazioni che dà i suoi (buoni) frutti.

Tra produttori di vino il passaggio di consegne da una generazione all’altra non è necessariamente lineare, né si compie con un unico atto formale. Al contrario può essere - e nei fatti è quasi sempre - un percorso complesso, che richiede molti esperimenti, molti tentativi, magari pure un lento trascolorare da un modello stilistico a un altro. 

La terra ha ancora i suoi ritmi, allo stato attuale non esistono applicazioni per smartphone capaci di modificare il clima con un tasto, e per quanto l’enologia moderna abbia mezzi e risorse stupefacenti (per ottenere quasi qualsiasi liquido da qualsiasi materia prima), i vini veri richiedono tempo.

Queste riflessioni conducevo nei giorni scorsi parlando con Alessandro Ceretto, che - insieme alla sorella Lisa e ai cugini Roberta e Federico - costituisce la nuova generazione della celebre firma langarola. 
Non è un mistero che i rossi della casa, sempre muovendosi su un livello molto elevato, si siano proposti tra il 1990 (grosso modo) e la fine del decennio scorso in uno stile sobriamente moderno: dove per “moderno” intendo - con una rozza generalizzazione - il binomio fermentazioni brevi/legni piccoli e nuovi. 

Con molta misura e gradualità Alessandro ha apportato una serie di cambiamenti, a partire dalla vendemmia 2008: prove di fermentazioni spontanee, esperimenti su diverse temperature e lunghezze temporali di fermentazione (portate in media fino a quattro settimane), riduzione progressiva dell’uso di barrique nuove in favore di botti più grandi (300/500 litri) e non di primo passaggio. 
Il tutto preceduto da una lenta riconversione delle vigne (ancora in atto: gli ettari sono ben 160) in biodinamica. 

I risultati cominciano a essere eloquenti: rossi più sciolti e flessuosi, meno debitori delle note speziate e dolci del rovere, qua e là meno alcolici, di sicuro più grintosi e reattivi. Un esempio fra tutti: il brillante Barbaresco Bernadot 2015, che pur provenendo da una vendemmia rubricata come “ricca” e calda” mostra un colore poco profondo, un quadro aromatico floreale, un assetto gustativo dinamico, rilevato, rinfrescante. Il finale, solcato da una tenue ma ancora percettibile vena speziata boisé, cede qualcosa in termini di nitidezza, ma sa molto di fragoline.
Insomma: dalle note di lacca alle note di bacca (rossa). Un percorso molto incoraggiante.

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