il BOTTIGLIERE Degustazioni

Strozzaquintini e il vecchio bianco di Marino

di Fabio Rizzari 09 feb 2018 3

Una bottiglia di età veneranda offre l’opportunità di deprecare ancora una volta lo stato delle cose ai Castelli Romani.

Sono nato a Torino per caso e vivo a Roma da quando avevo quattro anni. Roma è la mia città, il Lazio la mia regione. Perciò mi dispiace molto considerare da decenni quelli laziali i vini in media meno stimolanti d’Italia.

Non faccio parte del nutrito numero di critici che godono sadicamente a criticare. Nemmeno di una loro variante classica italica, che mantiene un robusto substrato sadico ma lo copre con uno scialbo di ipocrisia. E nemmanco della categoria di mestieranti – non è proprio possibile definirli “critici” – che si limita a tessere le lodi di qualsiasi vino e/o territorio, purché italiano.

Preferisco concentrarmi sull’inessenziale, perché dai dettagli marginali si ricostruisce un mondo. Per questo sto intensificando non già gli assaggi delle cosiddette “novità” (assaggi la cui campagna partirà fra qualche settimana, per la nuova pubblicazione insieme ad Armando e Giampaolo), quanto le ricognizioni sul già esperito, sul già assodato: sul già archiviato.

Ed è purtroppo già abbondamentemente esperita la distanza che separa le virtù in potenza della straordinaria terra vulcanica dei Castelli Romani dalla loro qualità in atto. Ciò nonostante non è facile rassegnarsi. Soprattutto quando un vino vecchietto, più di là che di qua, lascia intravedere flebili ma netti bagliori della grandezza virtuale di quella terra. 

Dalla cantina in via di risistemazione ho dissepolto una bottiglia di Marino finita sotto un gruppetto di Barbaresco, quindi non esattamente sistemata per geografia o per tipologia. L’etichetta, rovinata ma al 60% leggibile, riporta: Marino Selezione Oro VQPRD Colle Picchioni: l’azienda della leggendaria Paola Di Mauro. L’annata è quasi certamente 1997 (si legge male l’ultima cifra). Rimosso il tappo, secco e duro come ramo di bosso, ne è risultato:

Colmatura: buona, appena sotto il collo.
Colore: giallo taxi percorso da riflessi ambrati, a loro volta percorsi da riflessi grigiastri.
Profumi: potpourri di funghi e petali secchi, tabacco d’harar, tabacco già arato, uva sultanina, segale abbrustolita.
Sapori: attacco che abbozza un tentativo di vita, qualche cenno dolce di uvetta e canditi, poi rapida flessione verso l’elettroencefalogramma piatto; non prima però di aver fatto lampeggiare, sullo sfondo, una debole ma percettibile vena salina. Un fuocherello di sale e frutta dolce che riallaccia il vino alla nobile e irreperibile tradizione de li Castelli, tradizione tanto decantata in passato.
In un passato molto remoto, eh. Perché già ai primi del ’900 Hans Barth annotava sconsolato:

“La scritta ‘vini scelti di Frascati’ in novanta casi su cento costituisce una pia menzogna. Se dovessero essere impiccati tutti gli osti che pronunziano invano il nome di Frascati non vi sarebbe più legno per le forche. Dove poi si legge in francese ‘Vins de Frascati’ è consigliata una rapida fuga.” 

E allora? Allora niente. Essendo un amante della fantascienza, sogno un mondo futuro dove i vini dei Castelli tornino a essere sgargarozzati, più che bevuti. Come faceva, per restare all’Osteria di Barth, il leggendario Strozzaquintini:

“Il vetturino dalla sete perpetua, detto Strozzaquintini, perché è solito tutte le sere, novello Erode, strozzare numerosi quinti, con una gola a imbuto e un aspetto da vecchio generale austriaco e da gallo spennacchiato.”

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COMMENTI (3) AGGIUNGI UN COMMENTO



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amadio ruggeri
9 febbraio 2018 09:34 Segale abbrustolita è bellissimo, lo riporto nel mio cahier (de doleances?) che redigo per diletto annotandovi i mirabolanti riconoscimenti olfattivi. Comunque, a parte gli scherzi, non posso non essere d'accordo con te sullo stato della viticoltura dei Castelli. Però...sì, però qualcosa forse si sta muovendo, qualche piccolo produttore che prova a fare vini riconoscibili del territorio c'è. Penso a De Sanctis (Frascati) o a Gabriele Magno (Grottaferrata). Certo, siamo lontani da un vero e proprio "movimento" di rinascita, ma è pur qualcosa. Ci vorrebbe una bella ricognizione sul territorio per capire perché non si riesca ad uscire dalle secche di un malinconico status quo.
Fabio Rizzari
9 febbraio 2018 10:26 Non sono un esperto della zona ma temo che il problema centrale sia l’estrema frammentazione delle proprietà. Ciò rende complesso per nuovi soggetti progettare imprese valide (per valide non intendo certo decine di ettari, investimenti monstre, una “modernità” inquietante: ma quantomeno mettere insieme uno straccio di poderuzzo di tre o quattro ettari almeno)
Marco
12 febbraio 2018 11:21 C'è sempre la soluzione delle cantine sociali... Gli esempi trentini e sudtirolesi o della Produttori di Barbaresco sono abusati, ma sempre validi... Purtroppo troppo spesso cantine sociali sono ancora sinonimo di qualità non elevata.