il BOTTIGLIERE Degustazioni

Serata Giacosa

di Fabio Rizzari 07 mar 2017 0

Una piccola degustazione per celebrare un produttore leggendario.

Bruno Giacosa

Nel nostro mondo pochissime figure sono circondate da un’aura di leggenda come quella di Bruno Giacosa, produttore di vino piemontese che si avvia al traguardo dei novant’anni (è del 1929). In molte decadi di attività ha firmato rossi di stupefacente bellezza. È nato nella sua azienda il Barolo di luminosità forse più abbacinante nella lunga storia della tipologia, “l’etichetta rossa” Collina Rionda 1982; un vino che ho bevuto una sola volta, troppo tempo fa, e che ricordo con una forma di entusiasmo misto a stupefazione.

Giacosa ha cominciato a fare vino con il padre nel 1945, appena finita la guerra, e in oltre settant’anni di lavoro ha pronunciato in pubblico circa quattordici parole in tutto. La sua proverbiale laconicità (o brevità, o concisione, o sobrietà verbale, o capacità di sintesi, o come volete chiamarla) mi ha sempre fatto pensare per analogia infantile a un personaggio di Asterix in Corsica: la moglie di un granitico abitante del luogo che in tutta la storia appare vestita di nero e in silenzio. In una sola vignetta, verso la fine, a una domanda di Obelix la donna risponde: “sì”. Al che il marito commenta: “è una brava moglie, ma querula come una gazza”.

Un paio di altri aneddoti giacosici al volo e passo alle note di assaggio. Il primo: mi capitò di doverlo intervistare per il Gambero Rosso. Tra risposte monosillabiche e lunghe pause dense di sottintesi, fu per me l’unico caso di un’intervista ricostruita a mia fantasia per l’80%.

Il secondo: una decina d’anni fa l’illustre Michel Bettane mi chiese di conoscerlo. In qualche giorno presi accordi e pianificai la visita. Durante il viaggio di andata in auto Michel si espresse in termini rispettosi ma tiepidi sui vini di Giacosa che aveva bevuto fino a quel momento. Al ritorno, colpito dalle vecchie bottiglie stappate per l’occasione e dall’incontro emozionante con il taciturno Bruno, il suo parere risultò ben più entusiasta: "sono vini un po' austeri, ma bellissimi".

Alcuni giorni fa abbiamo organizzato tra amici una serata Giacosa. Cinque rossi, più un Brut Metodo Tradizionale 2008 (quest’ultimo in magnum). Pochi sanno infatti che Giacosa firma, o firmava fino a qualche tempo fa, uno degli spumanti migliori d’Italia. Ecco qualche appunto preso – mentalmente – nell’occasione.

Bruno Giacosa Extra Brut Metodo Tradizionale 2008 (magnum)
Colore giallo dorato, ancora percorso da riflessi paglierini (erano anni che volevo riutilizzare l’aggettivo paglierino, ormai negletto), carbonica fine; profumi tra il biscotto, la nocciola tostata e la scorza di limone, gusto sapido e profilato, finale delicatamente amarognolo.

Barolo Riserva Le Rocche del Falletto di Serralunga d’Alba 2008
Un po’ riservato nello sviluppo aromatico sulle prime, in linea con l’attitudine dell’autore, si libera dal velo di riduzione molto in fretta ed emana finissimi profumi di agrumi e rosa; al palato ha tannini di puntiforme sottigliezza, sapore fine e modulato, progressione sicura verso un finale incisivo, venato di toni più ombrosi di grafite e liquirizia.

Barolo Riserva Le Rocche del Falletto di Serralunga d’Alba 2007
Profumi in alternanza iridescente tra aromi “aerei” (mandarino, lampone) e aromi più terrosi (humus, sottobosco); gusto di grande ampiezza, puro, ritmato, la dolcezza del frutto viene innervata da tannini decisi; chiusura profonda, appena alcolica.

Barolo Riserva Le Rocche del Falletto di Serralunga d’Alba 2005
Delicato tocco alcolico, subito controbilanciato da fresche note di lampone e arancia; sapore vivo e affilato, centro bocca soffice ma non molle, finale in crescendo di focalizzazione e slancio.

Barolo Riserva Le Rocche del Falletto di Serralunga d’Alba 2004
Bottiglia non felicissima, percorsa da una vena di evoluzione accentuata, incongrua per l’età del vino. Bocca comunque aggraziata, affusolata, ancora vitale, molto persistente.

Barolo Riserva Le Rocche del Falletto di Serralunga d’Alba 2000
Sontuoso spettro di profumi, che passa attraverso tutte le famiglie aromatiche percettibili dall'olfatto umano; gusto di grande spazialità, un piccolo sorso “risuona” in tutto il palato come un Guarneri in una sala vuota (bella questa, eh?); chiusura armoniosa, pura, netta, interminabile, su sentori ferrosi e di petalo appassito. 

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