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Saint Aubin rosso: da anatroccolo a cigno

di Fabio Rizzari 28 feb 2018 4

Il pluricitato cambiamento climatico mette in luce aree produttive poco considerate fino a oggi.

Domaine Larue

Il cuore dei rapporti tra enomaniaci è la gara a chi si mostra più snob. Questo come dato antropologico di base e apparato normativo generale. Figuriamoci dunque il livello di sorda competizione che interessa i bevitori di vino proveniente dalla totemica regione vinicola francese chiamata Borgogna. Qui, prima ancora che dividersi per gerarchie angeliche di snobismo – in ordine decrescente di potere d’acquisto:  

Serafini
Cherubini
Troni
Dominazioni
Virtù
Potestà
Principati
Arcangeli
Angeli semplici*,

ci si divide per clan, tribù e falangi armate. Ognuna delle quali ha i suoi domaine, i suoi siti specializzati, i suoi numi tutelari, e in ultima analisi i suoi critici di riferimento. Gli scontri ideologici e anche fisici tra queste sette sono violentissimi. Roba da far impallidire i pur rissosi conflitti tra vinnaturisti, e da far apparire la secolare storia di frammentazioni infinitesime della sinistra italiana come un percorso pressoché unitario.

Se questo è vero, e lo è, oggi mi sto buttando in un’arena dove si rischia la pelle scrivendo in termini eterodossi di una delle denominazioni per decenni più in ombra di tutta l’area borgognona, Saint Aubin. Perché, pur conscio delle forti evidenze che ne dimostrano la grande vocazione a produrre bianchi di valore, ho sempre pensato che fosse un terroir degno di interesse anche e forse soprattutto per i rossi.
“Se vuoi bianchi borgognoni a una cifra ancora abbordabile, vai su Saint Aubin”, è un ritornello che accomuna molte fazioni; accompagnato dall’inevitabile corollario: “confina con vigneti molto più famosi e costosi, pensa che en Remilly sta poco dopo Montrachet, proprio dietro la collina”.

Rossi che qui peraltro erano maggioritari fino a non molti decenni fa, come ricorda Armando Castagno nel recente “Borgogna, le vigne della Côte d’Or”: oltre il 60% della produzione comunale totale; un po’ come quello che accadeva a Chassagne. Tra le mie bottiglie di età superiore ai quindici anni dalla vendemmia, i Saint Aubin rossi di Marc Colin non si sono mai mostrati meno robusti quanto a tenuta all’ossidazione rispetto ad appellation ben più blasonate. Anzi. È capitato diverse volte che, stappati a fianco di qualche importante Grand Cru, apparissero ovviamente più semplici, più rustici, ma magari più tonici, più vitali. Non più acidi e basta, si badi bene. Più giovani nel frutto.  

Non è stata quindi una sorpresa assoluta provare un Saint Aubin rosso di notevole qualità scoperto dal palato radar di Armando pochissimi giorni fa: il Les Eduens 2016 del Domaine Larue. È stata invece una sorpresa assoluta provarne uno così puro nel frutto, così privo di elementi di ruvidezza nella grana tannica, così delicato nel tocco. Il tanto nominato cambiamento climatico sembra irradiare benefici effetti su terroir fino a poco tempo fa freddini e poco considerati. D’ora in poi converrà tenere ben d’occhio i rossi di Saint Aubin, oltre ai bianchi.   

* Tabella comparativa

(= possono comprare anche)

Serafini = Romanée Conti
Cherubini = Grand Cru di Leroy, La Romanée
Troni = Grand Cru di D’Auvenay
Dominazioni: La Tâche, Montrachet
Virtù: Grand Cru di Rousseau, Richebourg, Musigny
Potestà: Grand Cru di Anne Gros, Thibaut Liger Belair, Dujac; Clos Vougeot VV
Principati: altri Grand Cru sommi
Arcangeli: Grand Cru di produttori meno inavvicinabili
Angeli semplici: Premier Cru

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COMMENTI (4) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

Stefano
28 febbraio 2018 15:20 Preoccupatissimo: chi compra solo villages per ragioni economiche è fuori da ogni corona angelica?
VOCATIVO
28 febbraio 2018 21:11 Per rispondere a Stefano: mi sembra ovvio che ci si incontra nella torma dei dannati... *VV sta per Vieilles Vignes, intendo bene?
Fabio Rizzari
1 marzo 2018 10:12 Sì, noi che compriamo solo "Bourgogne" e Village siamo "tra color che son sospesi". Per Vocativo: esatto, Vieilles Vignes.
Nic Marsél
1 marzo 2018 21:27 Continuo ad tenere in cantina un Saint Aubin 1ere Cru Les Combes 2006 che per una sorta di timore reverenziale non riesco a decidermi a stappare. Vivo nel terrore che quando succederà sarà una delusione tremenda: è come se mi sentissi già il TCA nelle narici. Che vita di merda!