il BOTTIGLIERE Degustazioni

Piccola ma non disprezzabile indagine sui vini estremi

di Fabio Rizzari 12 giu 2019 1

Con annessa appendice filosofico/orologiaia.

Un amico, che quando  beve vino bada al sodo: "ho letto uno dei tuoi post e non ho capito cosa intendi per 'pulsazione', per 'elettroencefalogramma piatto' e simili. Scusa sai, ma mi sembrano elucubrazioni un po' astratte".

Capisco l’osservazione, gli ho detto. Ma tiro avanti per la mia strada di eccentrico. Anzi, gli ho detto ancora, rincaro la dose: quasi ogni vino, se è vino vero, contiene un meccanismo che ne regola il ritmo e ne attenua i possibili sbarrocciamenti. Un dispositivo interno, una tenace fedeltà attiva alla sua natura di bevanda della civiltà, che lo rende quasi sempre riconoscibile come vino vero.

A questo punto il mio amico aveva già la mandibola a terra, e ha rinunciato a controbattere. Quando si interloquisce con i pazzi, si rischia di scivolare a propria volta nella pazzia.
Eppure, nella mia follia, si tratta di un'evidenza: anche i vini più estremi vengono quasi sempre regolati, come il calibro di un orologio, da alcuni ingranaggi che li mantengono sul binario della bevibilità. In quel quasi ovviamente c’è un mondo.

Provo a spiegarmi. Qualche sera fa ho condotto una lettura per la Giunti Academy, il tema era appunto l’indagine sui vini estremi. Sui confini oltre i quali i lineamenti di un vino sono irriconoscibili. In quale punto un vino smette di essere un vino, per diventare un liquame indigesto? A quale grado di disturbo della trasmissione può arrivare il nostro palato prima di non capirci più nulla su quanto viene trasmesso?

La risposta è la solita: si tratta di una linea mobile, impossibile da fissare una volta per tutte. Come quando si ascolta una stazione radio che prende male: se mi sfugge una parola su dieci, ricostruisco comunque il senso del discorso; se non riesco a  sentire una parola su due, perdo ogni riferimento e non posso più ascoltare.

Due vini hanno aiutato i presenti a capire cosa significa tutto questo in pratica: un rosso – tappo a corona, azienda del sud nota fra i carbonari dei vini naturali, vinificazione achea da uve tradizionali – si è spinto troppo oltre i confini del nostro sistema solare. Non era più un vino, ma una sorta di acquaragia. Un singolo, potente difetto, la volatile da smalto per unghie, era divenuto unica voce, tirannica, del gusto.
E quando c’è una dittatura non esiste più vita.

Il secondo vino, un bianco, era estremo fin dall’esplicita dichiarazione d’intenti del nome: si chiama infatti Extreme e a quanto ne so lo produce la giovane e determinata Ilenia Spagnoli ad Arcola, nelle campagne spezzine, da uve vermentino (più forse un saldo di albarola e trebbiano).

Nonostante il nome battagliero, nei fatti il vino si è dimostrato molto più facile da bere del rosso: tenace e astringente, certo non facile sulle prime, ma via via più sciolto e flessuoso al sapore. Alla fine i suoi tratti comunicativi superavano largamente gli aspetti chiaroscurali di una macerazione sulle bucce spinta e quindi di una maglia tannica decisamente abbondante e compatta per un bianco. Nell’Extreme c’è quindi democrazia, molte voci gustative si alternano e nessuna domina e zittisce le altre.

Nell’Extreme, a conti fatti, si coglie il dispositivo interno autoregolatore che lo mantiene bevanda della civiltà. Un dispositivo che quasi tutti i vini naturali fanno funzionare.


Leggi gli ultimi articoli di Fabio Rizzari, autore di Vini da scoprire. La riscossa dei vini leggeri:

Come bluffare nel vino, nuova edizione
La ciofeca dello sport
Massa critica

COMMENTI (1) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

Stefano
13 giugno 2019 09:37 "Extreme" mi fa venire in mente un sottogenere di pornografia; fatico a guardarlo (gli altri generi invece per nulla!) e non ne sento il bisogno. Troppo tradizionalista?