il BOTTIGLIERE Attualità

Nuova vita e forse nuovo vino per Amatrice

di Fabio Rizzari 08 nov 2017 0

Il territorio colpito dal terremoto dell’agosto 2016 contava molte vigne in passato, e potrebbe tornare a ospitarne di nuove.

Amatrice è un nome bellissimo: perché rimanda subito alla ricetta della pasta più buona del globo terracqueo, e perché suona come il femminile di amatore, cioè come colei la quale ama. Per i più colti, perché ha un centro storico di grande fascino, con alcune chiese – leggi San Martino e San Francesco – che appaiono all’osservatore di spartana, evocativa essenzialità.  

Amatrice ora è famosa ovviamente pure per il drammatico terremoto dell’agosto dello scorso anno. E speriamo che una fama simile svanisca non già dalla memoria, ma dalla percezione generale dei visitatori futuri.

Amatrice è anche un territorio impervio, che dal migliaio di metri sul livello del mare del borgo storico si spinge fino a vette appenniniche di significativa altezza, quali il Monte Gorzano (circa 2.500 metri). Un’area montagnosa e semimontagnosa che – così, ad associazione libera – non sembra avere molto a che fare con il vino. E invece, inaspettatamente, si ritrovano numerose tracce storiche della presenza della vite.

A queste testimonianze si riallaccia idealmente, e presto ci si augura praticamente, la ricerca svolta da Piersilvestro Leopardi. Amatriciano, dirigente affermato in una nota casa editrice, appassionato di vino, consulente di un importante produttore di vino che potrebbe investire nell’area, Piersilvestro studia da anni le testimonianze documentali che riguardano il vino della sua terra. Gli ho fatto qualche domanda in merito. In attesa che prenda corpo il progetto di far nascere un nuovo vino in questa zona.

Allora, Pier (se non ti secca Silvestro in questa conversazione lo tralascio), come ti sei appassionato al vino?

Sono nato ad Amatrice, ora tristemente famosa per il disastroso terremoto del 24 agosto 2016, e mi ricordo che da bambino le osterie del paese vendevano il “vino dei fiumi”, altrimenti detto “fregone”. Proveniva da Grisciano, una piccola frazione del comune di Accumoli a circa 700 metri, ultimo paese del Lazio al confine con le Marche, anch’esso ora completamente distrutto. Il vitigno era il pecorino, Grisciano in realtà dista pochi chilometri da Arquata del Tronto, da cui diversi ricercatori ne fanno risalire l’origine.

Ti ricordi com’era quel vino?

Era quasi imbevibile. Scarsa gradazione alcolica, ma soprattutto un’acidità debordante, lo rendevano molto poco equilibrato, come direbbero gli esperti. A seconda dell’annata, poteva contenere tracce più o meno evidenti di carbonica. Da questi ricordi dell’infanzia e dall’amore per le origini è nata la curiosità di capire quanto in passato potesse essere diffusa la viticoltura nei territori di Amatrice e di Accumoli.

Da cosa sei partito nella tua ricerca?

I due Comuni sono attualmente in Provincia di Rieti, anche se per geografia (spartiacque Adriatico), dialetto e tradizioni culturali sono sicuramente più assimilabili all’Abruzzo, cui tra l’altro appartennero fino al 1927. Sono situati nel cuore dell’Appennino Centrale, a un’altitudine variabile tra i circa 700 e i 2.458 metri del Monte Gorzano, la cima più alta della Catena dei monti della Laga, mentre i nuclei abitati arrivano fino a circa 1.250 metri. Ho così iniziato a reperire materiale presso l’Archivio di Stato de L’Aquila, partendo dal Catasto Onciario del 1749 per il territorio di Amatrice e del 1753 per quello di Accumoli, entrambi ricadenti nel Distretto Abruzzo Ulteriore II del Regno delle Due Sicilie.

Cosa hai scoperto?

Dall’elenco dei beni di ciascun proprietario ho individuato tutte le particelle censite come vigneto che, con evidente  sorpresa, sono risultate numerose e sparse in gran parte del territorio. Per ciascuna vigna sono ora in grado di documentare: Possessore (Proprietario) – Territorio (Località) – Vocabolo (Toponimo) –  Tipologia Coltivazione (per esempio “terreno vignato e prativo”, “vignato con bosco”, ecc.) – Capacità (Estensione) – Registro e Carta (numero del volume del Catasto e relativa pagina).
Altra fonte privilegiata, il Catasto Napoleonico del 1809: anche se di breve durata, la burocrazia di Napoleone in Italia aveva previsto una revisione completa del Catasto. Avevano anche previsto di riportare le informazioni su una mappa, ma non fecero in tempo a realizzarle, almeno per quanto riguarda i comuni oggetto della ricerca. A distanza di 50 anni rispetto al Catasto Onciario emerge chiaramente una riduzione delle superfici vitate, sulle cui ragioni non è ancora semplice arrivare a conclusioni certe. Una causa potrebbe attribuita al clima, il periodo fine ’700 ed inizio ’800 è conosciuto come periodo di notevole abbassamento della temperatura media globale in Europa. Altra possibilità è quella di un inasprimento delle imposte e che, dunque, in coincidenza del cambio politico, molti proprietari abbiano abbandonato la coltura della vite oppure abbiano approfittato per evadere di più dichiarando meno vigneti.

Che hai ricostruito da questo lavoro di analisi delle fonti?

Le conclusioni più interessanti sono:
1) si trattava nella maggior parte dei casi di piccoli appezzamenti di terreno, segno che la viticoltura era praticata per soddisfare prevalentemente i bisogni della famiglia;
2) la localizzazione dei vigneti era prevalentemente a Nord (esposizione a Sud), qualche volta ad Est (esposizione Ovest);
3) molto di frequente la vigna veniva piantata lungo il corso dei fiumi, a ridosso dei paesi, in generale in zone più riparate dagli agenti atmosferici, visto il clima di montagna;
4) c’era una presenza più importante di vigneti nel territorio di Accumoli, perché situato ad altitudini più basse rispetto a quello di Amatrice.
Non sono ancora in grado di ricostruire l’intera superficie dell’estensione vignata perché nel succitato Catasto le dimensioni erano espresse in Tomoli, Starelle e Canne per il territorio di Amatrice e soltanto Tomoli e Canne per quello di Accumoli.

Che significato concreto dai a queste evidenze storiche?

Oltre a dimostrare l’esistenza della coltivazione della vite e a portare a una mappatura il più possibile puntuale della localizzazione dei vigneti, il lavoro che sto svolgendo presenta ulteriori  aspetti di interessante rilievo sociologico ed etnografico.  
I mutamenti climatici che il nostro pianeta sta attraversando renderanno probabilmente necessario innalzare le quote dei vigneti. E probabilmente queste terre potranno fare la loro parte. Qui il clima in passato è stato un severo limite all’espansione della viticoltura. Ho trovato un interessante documento in cui nel lontano 1814 si affermava:
“Il clima è ben rigido, perché è soggetto a continue gelate, e copiose nevi oltre all'... sovvente ... il territorio a folte nebbie per il corso delle acque, e segnatamente del fiume Tronto. In seguito di questi indispensabili, ed annuali eventi li prodotti del territorio sono ben scarsi, e contasi spesso anche la perdita delle semine, e delli lavori degl’industriosi Agricoltori. Ciò soprattutto rimarcasi nella coltura vigneto, che capricciosamente vuole sostenersi dagli Abitanti a fronte delle costanti intemperie, che soffrono nella primavera, e nellAutunno” (Processo verbale di Rettifica del Catasto Napoleonico del 1809 del Comune di Accumoli  del 1814 – pag. 14).

L’attuale fase di riscaldamento globale del pianeta comincia a spingere molti produttori di vino a ricercare nuovi territori a quote o latitudini diverse. Anche nei territori di Accumoli ed Amatrice si registra qualche timido interesse da parte di alcuni produttori di vino. Circostanza quanto mai auspicabile, considerato lo stato di estrema prostrazione in cui questi aree attualmente si trovano a causa della recente catastrofe.

Leggi gli ultimi post di Fabio Rizzari:
Una bicchierata tra vecchi commilitoni, con una sfolgorante Riserva
Mille vignaioli, ma una sola Madame Leroy
Una ricca Mondeuse (gratis l’inserto “narrazione e gastronomia”)

COMMENTI (0) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

Non ci sono commenti