il BOTTIGLIERE Degustazioni

Una ricca Mondeuse (gratis l’inserto “narrazione e tassonomia”)

di Fabio Rizzari 27 ott 2017 3

Note sintetiche su un bel rosso della Savoia e qualche speculazione su due mondi ritenuti inconciliabili, quello del racconto e quello della classificazione.

"Ho bevuto un Brunello che lèvati! Eh, certo, che te lo dico a fare, a te piacciono solo i vinellini". Così un conoscente, ovvero semi-amico, ovvero amico di amici più intimi.
Ma chi l’ha detto? A parte il fatto che nell’introduzione del nuovo libro ci siamo affannati a scrivere a chiare lettere: "Per noi un vino è leggero non soltanto quando ha struttura snella, poco alcol e molta freschezza acida, ma quando si manda giù con trascinante facilità, indipendentemente dal suo peso estrattivo. Se questo è vero, e almeno per noi lo è, la leggerezza si può riconoscere a vini molto diversi tra loro"

punto e virgola

ma a me personalmente certi vini ampi e pieni piacciono proprio. Purché abbiano la compiacenza di ripulirmi la bocca con una valida vena di freschezza finale, va da sé.

Faccio il caso della recente stappata di un denso e tannico rosso della Savoia, una notevole Mondeuse d’Arbin La Brova 2011 di Louis Magnin. Viene da un domaine familiare pittosto piccolo, otto ettari nella valle de la Combe, dominata dal massiccio dei Bauges. Piante di età rispettabile – circa cinquant’anni – e conduzione “biologique certifiée”, biodinamica dal 2010. Uve di solito pienamente mature, vinificazione classica (in acciaio: niente otri del neolitico), affinamento in barrique. E difatti il vino dà:

Colore rubino intenso, profumi piuttosto compressi dalle note speziate e tostate del rovere, ma sapore più disteso, flessuoso, ampio, di bella fluidità nonostante l’abbondante dote tannica si muova attivamente nel tentativo di rallentare la corsa gustativa. Finale dolce per il frutto, appena frenato dal ritorno in gioco del legno.

Una bella prova, anzi Brova si direbbe, che non amo liquidi incolori e diluiti.

Post scriptum
“Poi arriva la tassonomia, che tutte le feste si porta via”
è un vecchio detto popolare tra gli enoduri/enopuri e indica la radicata avversione verso ogni forma di classificazione dei vini prodotti sulla Terra; su altri pianeti non so invece come vadano le cose.

Per tassonomia si intende genericamente lo “studio della teoria e delle regole di una classificazione”. Piaccia o meno, tutto è oggetto di tassonomia: a cominciare dalla ricerca sui tassi, siano essi animali o dati contabili. Si mettono in rapporto gerarchico perfino le emozioni umane, che sono per definizione impalpabili e incoercibili in un recinto classificatorio. Figuriamoci una bottiglia di liquido ottenuto dalla spremitura e successiva fermentazione del frutto della vitis vinifera.

Colleghi illustri rigettano come artificioso il ricorso a griglie precostituite, a cominciare dalle scale di punteggi. Prevale, e di gran lunga, l’idea del “racconto”. Il vino ha da essere raccontato. Il suo territorio, la sua storia, i suoi artefici soprattutto, hanno da essere raccontati. Anch’io mi unisco volentieri a questa temperie culturale, perché ha ovviamente un significato alto che sarebbe sciocco negare. È del resto l’architrave di due edizioni di Vini da scoprire: la narrazione dei luoghi, delle persone e del carattere di un vino.

Alcuni scrittori, dopo una lunga e luminosa parabola critica, ritengono addirittura di essere ormai di fronte all’indicibile: come ho già ricordato recentemente, Sandro Sangiorgi si interroga sul senso non già di una “scheda organolettica”, con relativo voto appiccicato sopra o sotto, ma del tentativo stesso di descrivere un vino con le parole.

Con il massimo rispetto dovuto, io penso che un vino sia invece perfettamente dicibile. Di più: che proprio oggi serva che venga detto, descritto, anche classificato. In una prospettiva critica, si intende.

Perché mai come oggi la massa di informazioni brute, non elaborate, su qualsiasi argomento complesso, ha raggiunto proporzioni indigeribili da chiunque non sia abituato a maneggiarne la complessità.

Trent’anni fa i telegiornali erano contenitori inerti di veline di partito, o publiredazionali mascherati, o serbatoi di notizie censurate, riportate a mozzichi. I cosiddetti giornalisti conduttori, imbalsamati e avvolti in una nuvola di lacca per capelli, apparivano pupazzi vuoti. Poche notizie e molti mezzibusti: di nessuno di loro si sentiva la necessità e oggi di sicuro non se ne sente la mancanza.

Oggi, al contrario, ci sono troppe notizie, siamo immersi in un frastuono continuo di ultim’ora, ma scarseggiano i giornalisti capaci di fare scelte editoriali chiare e distinte. Per questo seguo il telegiornale di Enrico Mentana e non quello di Sky o di altre emittenti, che si limitano a buttare nel calderone un flusso di aggiornamenti senza alcun rapporto gerarchico fra loro (se non tramite fascioni rossi con riassunti telegrafici).

Perché Mentana sceglie con chiarezza una scaletta critica. Analizza i fatti e ne fornisce una lettura tassonomica. Si assume la responsabilità di dire: “Questa notizia non viene divulgata quasi da nessuno, quest’altra è messa in secondo e terzo piano: ma per me si tratta delle più importanti della giornata”.   
Poi posso non essere d’accordo su talune sue letture, e non càpita di rado. Ma almeno ho davanti un giornalista vero.

Racconto e tassonomia: si possono avere l’uno e l’altro. Narrazione e tassonomia per me non sono affatto in contraddizione. Perché entrambi, se sono meditati e non superficiali, escludono – o almeno tentano di escludere – le semplificazioni del reale.

Un raccontino stereotipato diffusissimo del tipo: “Fondata nel 1899, quest’azienda si trova sulle colline di Primulano e si estende per 25 ettari, di cui 9 vitati”: no. Un punteggio buttato lì senza alcuna pezza d’appoggio, tipo: “Germinato 2014, voto 88/100”: no.  

Io rimango dell’idea che i due mondi, per molti inconciliabili, siano nei fatti interconnessi. Non è soltanto un’idea, ma anche un progetto editoriale, del quale parlerò con vecchi compagni d’arme proprio nel prossimo fine settimana.

Sarò rimasto uno dei pochi a pensarla così? Sia pure. Ce n’è per tutti i gusti, per fortuna, e nessuno è condannato a leggere le mie elucubrazioni. Il flusso planetario di notizie e scambio di informazioni non è solo un limite, è anche una grande opportunità. Certo, la scontiamo con l’ascesa al potere della superpotenza mondiale degli imbecilli, anche nel mondo del vino; ma è un prezzo inevitabile da pagare. Stamattina, mentre scrivo, internet fa riaffiorare una bella citazione da Gianni Rodari: “Tutti gli usi della parola a tutti. Mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.”

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COMMENTI (3) AGGIUNGI UN COMMENTO



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gp
30 ottobre 2017 16:39 Che "narrazione" e "tassonomia" (vulgo classifiche) non siano affatto in contraddizione a me nel mio piccolo sembra evidente, ma è vero che il senso comune li dà diffusamente per inconciliabili, per una serie di ragioni anche opposte che attraverso i percorsi più disparati finiscono per convergere nello stesso esito -- quindi in pratica è come se lo fossero (in contraddizione). Allora è bene ripartire da questo "fondamentale" e porsi il problema di come in pratica conciliare efficacemente "narrazione" e "tassonomia", dato che non riuscire a "bucare" il muro di gomma finirebbe per fornire una ulteriore involontaria conferma del senso comune. In bocca al lupo (a cui ultimamente ho imparato che la risposta politicamente corretta, ma forse un tantinello autolesionista, è "viva il lupo"...).
francesco
30 ottobre 2017 17:29 già vedo il titolo: lo "storitelling" del vino!
gp
31 ottobre 2017 12:20 Aggiungo qualche idea in tema: • Le classificazioni e le eventuali descrizioni della critica italiana si concentrano nell’alveo delle guide, che sono in numero abnorme (circa una decina) rispetto a paesi comparabili. Questo altera il panorama, privandolo della dimensione evolutiva dei vini, tanto più cruciale quanto più è importante la denominazione. Anche i giudizi globali sulle annate per le singole denominazioni sono emessi troppo presto, con una serie di effetti negativi tra cui quello di penalizzare le annate dal fascino meno immediato e favorire quelle “piacione” (questo potrebbe essere per esempio il caso dell’annata 2015 nel Chianti Classico, osannata da alcune guide appena uscite). Più in generale, rispetto alla catena di montaggio delle guide, che affronta in blocco i vini dell’annata tentando in qualche modo di metabolizzarli *stile pitone*, la critica ha enormi spazi di movimento che potrebbe riprendersi, se lo volesse. Colpisce al contrario l’assenza di almeno una rivista dei vini degna di questo nome, dopo che negli ultimi anni alcuni esemplari interessanti (Enogea, Porthos) hanno chiuso per motivazioni prevalentemente non economiche. • Il fattore territorio / terroir è quasi impossibile da indagare nell’alveo delle guide appena descritto. Nelle batterie di assaggi possono o non possono capitare vini provenienti dallo stesso cru, e se anche vi fosse uno sforzo di raggruppamento la catena di montaggio sarebbe troppo veloce per andare oltre una prima impressione; inoltre tutto ciò che emerge con l’invecchiamento dei vini non è percepibile per la maggior parte dei vini al momento dell’uscita in commercio. Sarebbe interessante provare a testare fino a che punto territori diversi danno vini effettivamente diversi e quale possa essere il rispettivo valore, in modo da cominciare a costruire non solo classificazioni di vini, di per sé effimere, ma anche classificazioni di cru. Un processo molto lungo che prima o poi va iniziato, altrimenti resta eterno… • Un incrocio tra descrizione e classificazione poco praticato dalla critica riguarda i vini giudicati negativamente, per esempio un Barolo deludente. Se vengono menzionati, questi vini non vengono descritti, lasciando chi legge nel dubbio su cosa sia andato storto secondo il critico nel caso specifico, ma più in generale di quale sia *in concreto* il paradigma negativo per quella denominazione (sempre secondo il critico, ovviamente). Sarebbe invece molto utile esplicitare e motivare tutte le descrizioni di vini paradigmatici, sia quelle in positivo sia quelle in negativo.