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Massa critica

di Fabio Rizzari 07 giu 2019 0

Quando si torna a bere un vino di Massa Vecchia è sempre una piccola festa.

Nell’ultimo decennio, a stare stretti, si è assistito a un oggettivo declino della stampa così come l’abbiamo conosciuta da Gutenberg fino alla fine degli anni Zero del nuovo secolo. All’interno dell’oceano di carta oggi ridotto alle dimensioni di un laghetto alpino, si è ovviamente prosciugata la vaschetta delle guide italiche dei vini. Per un’azienda vinicola è stato quindi un esercizio di facile spavalderia non dare i campioni alle sempre più ininfluenti testate di settore tra – grosso modo – il 2010 e oggi.

Di tutt’altra pasta era chi non dava i propri vini alle “orride” guide in tempi non sospetti, cioè quando esse pubblicazioni erano molto lette e molto seguite dagli appassionati di vino. I primi nomi che mi vengono in mente tra questi eroici resistenti sono quelli di Teobaldo Cappellano, celebrato vignaiolo delle Langhe, ora tra i più, e Fabrizio Niccolaini di Massa Vecchia.

Quest’ultimo è stato – per quanto ne so – sempre coerente nella sua posizione: dagli esordi, a metà degli anni Ottanta, fino a quando, nel 2009, si è ritirato a fare l’allevatore di bestiame e l’anacoreta. Nell’ultimo decennio la produzione, curata da Francesca Sfondrini, è stata facilmente accessibile a tutti i visitatori dell’azienda (per i pochi enomaniaci che non conoscessero questa firma, le vigne sono in Toscana, in Maremma, nei pressi di Massa Marittima) e a selezionati distributori. Non mai ai giornalisti guidaroli. Ci mancherebbe.  

Apprezzo da sempre questa coerenza radicale e direi calvinista: qui non ci è mai mossi sulla base di come tirava il vento delle mode. Qui si è fatto vino intendendolo come prodotto naturale e culturale; non come merce.
Dai primi mesi di quest’anno, dopo una transumanza durata un decennio, Niccolaini è tornato a guidare (absit inuria verbis) le sorti della tenuta.

Quando mi è arrivata la notizia della rentrée sono stato attraversato dalla consapevolezza improvvisa di non aver bevuto da troppi anni (due? tre? quattro addirittura?) un vino di Massa Vecchia. Ho quindi posto rimedio stappando un nuovo vino della storica firma, grazie ai buoni uffici di Ciro Borriello (della raccomandatissima Enoteca Mostò in Roma), che ringrazio de core.

Ho potuto quindi gustare il piacevolissimo Batone (che in perfetta coerenza con il nome è un rouge): per la precisione appartenente al lotto 3/18, trattandosi di un vino da tavola e perciò stesso sans année. Il quale rosso, da un composito taglio di sangiovese, ciliegiolo, canaiolo, malvasia nera, più varie ed eventuali, mi ha offerto:

un colore tenue, poco profondo, quasi rosato, percorso da delicati riflessi granato

un profumo netto, invitante, dalle note che mi sentirei di definire – con coraggioso e inedito rimando analogico – di frutti di bosco

delle sfumature autunnali, lievemente terziarie, di humus e sottobosco

un sapore succoso, non pienissimo a centro bocca, ma arioso, slanciato, molto reattivo

Il tutto mi ha confermato una volta di più che Massa Vecchia è un valore sicuro. Di quelli che ci si augurerebbe di trovare molto più spesso, da Norda a Sud della penisola italica.


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