il BOTTIGLIERE Degustazioni

Lo Zen e i bianchi di Thomas Niedermayr

di Fabio Rizzari 14 ago 2017 0

Una piccola azienda di San Michele Appiano firma vini di carattere deciso.

Sono anni che saccheggio a piene mani da un libriccino ricco di spunti edificanti, 101 Storie Zen (Adelphi, 1973). L'ho citato varie volte: poche settimane qui, nel Bottigliere, e un paio d'anni fa nel mio blog precedente. La maggior parte dei testi è profonda in modo semplice. Una delle più commoventi recita:

Tetsugen, un fedele seguace dello Zen in Giappone, decise di pubblicare i sutra, che a quel tempo erano disponibili soltanto in cinese. I libri dovevano essere stampati con blocchi di legno in unedizione di settemila copie, un'impresa enorme.
Tetsugen cominciò col mettersi in viaggio per raccogliere i fondi necessari. Alcuni simpatizzanti gli diedero un centinaio di monete d
oro, ma per lo più riuscì a ottenere soltanto piccole somme. Lui ringraziò tutti i benefattori con uguale gratitudine. Dopo dieci anni Tetsugen aveva abbastanza denaro per cominciare l'impresa.
E proprio allora il fiume Uji straripò. L
alluvione portò una carestia. Tetsugen prese i fondi che aveva raccolto per i libri e li spese per salvare gli altri dalla fame. Poi ricominciò la sua colletta.
Parecchi anni dopo il paese fu colpito da un'epidemia. Ancora una volta Tetsugen, per aiutare la sua gente, diede via quello che aveva raccolto.
Si rimise al lavoro per la terza volta, e dopo vent
anni riuscì finalmente a realizzare il suo desiderio.
I blocchi di legno per la stampa che sono serviti per la prima edizione sono oggi esposti nel monastero Obaku di Kyoto.
I giapponesi dicono ai loro figli che Tetsugen ha fatto tre raccolte di sutra, e che le prime due, invisibili, sono perfino superiori all
ultima.

Un’altra storiella zen mi aiuta a descrivere il senso del lavoro che abbiamo compiuto, Armando, Giampaolo e io, per completare la seconda edizione di Vini da scoprire, da settembre in libreria. Abbiamo cercato di suggerire, nel mare di vini italiani ancora poco conosciuti, bottiglie – se possibile – ancora più buone da bere rispetto a quelle recensite lo scorso anno.

Camminando per un mercato, Banzan colse un dialogo tra un macellaio e un suo cliente. «Dammi il miglior pezzo di carne che hai» disse il cliente. «Nella mia bottega tutto è il migliore» ribatté il macellaio.
Qui non trovi un pezzo di carne che non sia il migliore».
A queste parole Banzan fu illuminato.


Sì, presuntuosamente: nel nostro nuovo libro tutto è il migliore. Non troverete vini meno che ottimi da bere. Per il nostro gusto, ovvio.

La storiella vale anche per i vini del produttore forse più sorprendente scoperto quest’anno, almeno fra quelli della mia rosa: Thomas Niedermayr di San Michele Appiano (niente a che fare con il più noto e rispettabile Niedermayr che sta a Cornaiano).
Nella sua gamma tutto è il migliore. Tant’è vero che per scegliere quale etichetta segnalare abbiamo quasi estratto a sorte.

L’azienda è tra le prime in ordine cronologico ad aver fatto scelte radicali, in Alto Adige e in Italia in generale: lavorare in regime biologico (metà degli anni 80), coltivare esclusivamente varietà resistenti. Queste ultime sono uve frutto di una selezione genetica condotta a partire dalla fine dell’800 – e a più riprese nel 900: negli anni ’20 o ’30, poi negli anni ’50, poi nel 1975 – mirata a renderle immuni da malattie quali l’oidio e la peronospora.
I nomi, evocativi, sono perlopiù ignoti al bevitore anche mediamente esperto: solaris, souvignier gris, regent, e simili.

Thomas ne ottiene vini di spiccata personalità, capaci di muoversi con la grazia di un equilibrista su un filo sottile, senza cadere da un lato nell’eccesso di struttura o di macerazione, né dall’altro nell’anemia di un vinello scarnificato spacciato per “fine”.  

Nel volume ne abbiamo descritto un altro, e se vi andrà leggerete quale.   
Qui caldeggio la prova del suo Pinot Bianco T.N. 76: un vino davvero pieno di luce, energia, contrasto; un vino che condivide – a centinaia di chilometri di distanza – alcuni tratti stilistici con i grandi Trebbiano d’Abruzzo di Francesco Valentini: colore opalescente, qualche residuo di carbonica alla stappatura, profumi di nocciola tostata e brodo di pollo, un sapore trascinante, vivo, pieno di succo. Sbaglierò, ma oltretutto pare un bianco capace di essere molto longevo.

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 Un nuovo bianco (e altro)
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