il BOTTIGLIERE Riflessioni

Le verità scomode della moda

di Fabio Rizzari 10 ago 2018 5

Alcune righe a margine di una recente polemica

Avvertenza
Post ad alta concentrazione di citazioni. Leggere con cautela. Uso esterno.

Nonostante la pervicace abitudine dell’enomaniaco di considerarsi al centro delle vicende vinose, la recente canizza suscitata dal post di Corrado Dottori sui vini naturali equivale a un mulinello in un innaffiatoio, paragonato al Lago Ontario del vino cosiddetto main stream.

Fuori del cortile dei singoli profili social, l’impatto della discussione/lite/guerra muove appena l’indice della scala e non raggiunge valori misurabili.

Questi tafferugli polemici rivestono però una grande importanza. Servono a smuovere l’elettroencefalogramma del settore, altrimenti quasi piatto.
Bere senza pensarci è come non bere”, secondo un aforisma pluricitato di Rabelais.

Corrado condanna come moda e “deriva” l’attuale nicchia, in crescita di peso sul mercato, dei vini naturali, o meglio la loro imitazione caricaturale e furbesca.
Concordo con lui sul nucleo interpretativo di base. Con qualche distinzione.

Le mode si possono condannare, tuttavia rimangono un potente motore in ogni ambito culturale. E soprattutto sono fenomeni inarginabili.

Per Barthes “ogni nuova moda è rifiuto di ereditare, sovvertimento contro l’oppressione della moda”. Ma secondo il saggista Lars Svendsen “il vero problema è che un’oppressione sostituisce la precedente poiché ci assoggetta immediatamente alla tirannia della nuova moda”. Per questo ogni indagine sull'ondata di nuove mode costituisce a ben vedere una sorta di “viaggio nelle realtà scomode del mondo”.

Dal mio punto di vista la prima verità scomoda è che senza le loro imitazioni pacchiane, a tratti grottesche, molto difficilmente sopravviverebbero le “autentiche” produzioni naturali.

Il mercato, inglobando e diffondendo le imitazioni, ne permette la sopravvivenza e – auspicabilmente – la crescita.

Può piacere o non, ma il relativo successo dei vini paraculeschi simil-naturali è possibilità concreta per i vignaioli seri di continuare a lavorare.

Dopodiché tutti o quasi concordiamo sul fatto che questi specchi deformanti facciano incazzare. Ancora una volta ha ragione il vecchio Kant, per il quale “la moda non ha alcun bisogno di avere a che fare con il bello, ma può anzi degenerare nello stravagante, imponendosi talvolta nell’odioso”.

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amadio ruggeri
10 agosto 2018 11:37 Ciao Fabio. C'è un altro aspetto che colpisce della deriva di cui parla Corrado Dottori, e sono i prezzi. E' scattata come un riflesso irrefrenabile la classica paraculata - da parte di molti produttori finto-naturali e relativi distributori - "è richiesto, è di moda, quindi alzo il prezzo". C'è qualcosa che non torna. Perché deve costare di più? Lo trovo assurdo. Oggi inoltre non c'è cantina che produce vino "convenzionale" che non proponga anche una linea biologica, biodinamica, biovegana e compagnia bella. E sia arriva al ridicolo. E' vero, probabilmente la moda è inarginabile, ma cavalcarla sempre e comunque, se non sei ben attrezzato, può farti andare a sbattere. Scriveva Ennio Flaiano: "la moda - il nostro modo di essere - è l'autoritratto di una società, l'oroscopo che essa stessa fa del suo destino".
Fabio Rizzari
10 agosto 2018 13:19 Vero. E con la faccenda dei prezzi torniamo ai post precedenti (da cui la parola sarda “loop”)
Stefano
10 agosto 2018 13:55 Mi ricorda il successo della parola "etica" affiancata a banche e finanza, per cui oggi tutti propongono fondi etici (o green, o smart, etc. etc.) continuando in modo tradizionale, cioè non etico, il restate 99,9% dell'attività. Torno al vino: su tutto non ci sarà da parte dei pionieri, siano essi produttori, critici, consumatori attenti, il fastidio di sentire il primo che passa pontificare su argomenti che essi praticano da lustri?
amadio ruggeri
10 agosto 2018 14:25 Credo che produttori come Dottori abbiano tutto il diritto (e il dovere direi) di essere incazzati riguardo a questa moda, o deriva o come altro vogliamo chiamarla. Chi ha letto il suo libro "Non è il vino dell'enologo" sa cosa significhi produrre vino che a grandi linee possiamo definire "naturale". E' un percorso scelto all'origine, una visione ben chiara di ciò che si vuole fare. Dottori non ha bisogno di dire "il mio vino è naturale", perché lo è di fatto, cioè è fatto in un certo modo, che non è certamente lo stesso di chi rincorre l'ultima moda per lisciare il pelo all'ultima generazione di enofighetti.
Mg
10 agosto 2018 16:25 Corrado Dottori ha perfettamente ragione. Ricordo che incominciando a fare vino per la prima volta -era il 2002; seppur fosse biologico volevo evitare di darne evidenza. Dicevo a me stessa che il bio era di moda e che come tale questa sarebbe passata presto. Sono passati quindici anni e non è cambiato nulla, il mio pronostico era certamente errato. Ho acquistato dei vini bio presso la GDO e questi seppur di moda erano imbevibili ed evidentmente difettati. In cuor mio spero che il consumatore possa maturare un suffuiciente spirito critico tale da poter giudicare ciò che beve/acquista. Il prezzo del vino ma anche del cibo in generale, meriterebbe un post ad hoc.