il BOTTIGLIERE Riflessioni

Le radici non letterarie del Trebbiano

di Fabio Rizzari 24 lug 2019 0

Ovvero cosa e come bere se si è circondati da moltissimi ettari di verde.

Non c’è un modo elegante per ubriacarsi. L’ammirazione per Hemingway o Bukowski, le suggestioni letterarie non ingentiliscono l’ubriacatura né le conferiscono una nobiltà che non possiede. Ubriacarsi resta un atto autolesionista: ingenuo e vitalistico forse, in giovane età; più o meno sottilmente disperato da maturi e da vecchi.

Per questo non mi ubriaco più da molto tempo. O meglio, cerco di non farlo con tutte le mie forze. Mi ascolto, e quando avverto che sto passando dal sublime stato di ebbrezza euforica iniziale (2/3 bicchieri in media) al progressivo ottenebramento che sconfina nell’ubriacatura, mi fermo.
Non sono diventato virtuoso, eh. Sono solo diventato vigliacco. Vigliacco e saggio allo stesso tempo.

Così l’altra sera, in un piccolo locale umbro, nella verderrima Valnerina, mi sono frenato al secondo bicchiere di un onesto Trebbiano Spoletino: il Poggio del Vescovo 2018 della Cantina Ninni. La controetichetta annunciava: “Prodotto e stabilizzato in modo naturale, utilizzando per la fermentazione delle uve solo lieviti autoctoni, la possibile presenza di sedimenti è data dall’assenza di filtrazione e chiarifica del prodotto per mantenere integralmente la vitalità che lo ha generato.”

Ricostruendo a memoria con il mestiere pluridecennale del degustatore il cosiddetto “sorso”, ricordo che mancava di caratterizzazione olfattiva: in maniera del tutto logica e comprensibile, dato che il trebbiano è noto per essere una varietà aromaticamente muta, almeno nei primi anni di bottiglia. Ma non lo stavo degustando: lo stavo bevendo e basta. E a berlo la sensazione di naturalezza, di scorrevolezza, di onestà vinosa, lo rendeva il bianco ideale della serata. Molto di più, per dire, di un grande alsaziano o borgognone o mosellico/moselliano.


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