il BOTTIGLIERE Degustazioni

Le maremme del vino

di Fabio Rizzari 29 mag 2019 0

Con sintetico assaggio di un bianco macerativo che non è il solito bianco macerativo.

“La Maremma è un sentimento”, diceva Sentimenti IV, che ci andava in vacanza tra una parata e l’altra. Anzi, meglio scrivere non la Maremma, ma la maremma. Infatti:

«La parola maremma nasce con la emme minuscola perché sta a indicare una qualsiasi regione bassa e paludosa vicina al mare dove i tomboli, ovvero le dune, ovvero i cordoni di terra litoranea, impediscono ai corsi d'acqua di sfociare liberamente in mare provocandone il ristagno. Con il risultato di creare acquitrini, paludi. Non Maremma, allora, bensì maremma. E siccome la maremma più vasta della penisola, la più nota, la più micidiale, quella dove la malaria ha imperversato spietata per secoli interi, era la zona costiera della Toscana meridionale e del Lazio occidentale, al punto che nella storia della medicina, e anche della letteratura popolare, la malaria legò il suo nome, il teatro delle sue rabbrividenti nefandezze, a questo territorio, la maremma tosco-laziale prese la emme maiuscola. Divenne Maremma per indicare la regione abitata un tempo dagli Etruschi. Una regione così grande che Maremma passò ben presto al plurale. Si parlò di Maremme.» (Aldo Santini, 2006)

E che esistano varie maremme è evidente anche a chi beve il vino. Una prima distinzione è tra una maremma costiera, che di solito dà vini caldi, mediterranei, più grassocci che dinamici, e una maremma alta, più interna. Una maremma patria di pochi ma intriganti vini, che fanno della freschezza e del ritmo gustativo la loro risorsa più preziosa.

Di questa, e di almeno un’altra maremma, parlerò nel primo articolo che firmerò ad agosto per la nuova edizione italiana - diretta da Federico De Cesare Viola* - di una rivista molto nota e molto letta negli Stati Uniti e all’estero in generale, Food &Wine. A quel testo rimando chi volesse leggere delle maremme del vino poco battute, e di nuclei produttivi noti e meno noti.
Oggi propongo una sintetica ma spero stimolante anticipazione dell’articolo suggerendo un bianco macerativo che non è il solito bianco macerativo.

Da vigne nel comune di Roccatederighi, a 500 metri sul livello del mare, il Faluschino 2017 di Pierpaolo Bertolini è un taglio di vermentino, trebbiano e malvasia condotto sulle bucce con apprezzabile senso della misura: anziché affliggerti la bocca con una dura matassa di tannini, come molti orange wines, si svolge sulla lingua con particolare delicatezza tattile. In altre parole la macerazione non macera il palato soffocandolo in una morsa astringente, ma fornisce un calibrato sostegno al sapore. Certo, il Faluschino non ha come punto di forza uno spettro aromatico particolarmente ampio e sfumato. È un bianco semplice, quasi elementare. Ricorda i bianchi sfusi dei Castelli romani di una volta. Costa abbastanza poco (sui dieci euro) e va dritto al punto, è essenziale, scorrevole, lineare, molto sapido in chiusura. Ciò che lo rende un versatile compagno della tavola.

* per l’esattezza, Federico è il direttore editoriale, Laura Lazzaroni è il direttore responsabile


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