il BOTTIGLIERE Riflessioni

Le Langhe e una pubblica ammissione di insensibilità

di Fabio Rizzari 17 mag 2018 3

L’incontro con un noto produttore è l’occasione per avere conferma che i grandi vini langaroli non sono soltanto Barolo.

Noi cronisti del vino abbiamo alcuni ferri del mestiere che si tramandano – sperabilmente – da una generazione all’altra. Si presentano sotto forma di stereotipi/passaparola, dei quali ognuno di noi accetta tacitamente la veridicità. Ne elenco alcuni, tanto per capirci:

- Il Gavi andava di moda fino agli anni Ottanta ed è stato in tutte le carte dei vini, poi è caduto in disgrazia (appendice: fino alla rinascita dei giorni nostri, etc.)

- la barrique è uno strumento, un mezzo, non un fine. Se un produttore la sa usare (segue ad libitum)

- la macerazione dei bianchi sulle bucce è uno strumento, un mezzo, non un fine. Se un produttore la sa usare (segue ad libitum)

- non bisogna mai paragonare un Franciacorta allo Champagne, soprattutto in presenza di un produttore della zona

- la viticoltura ligure è eroica (varianti diffuse: la viticoltura valdostana è eroica, la viticoltura valtellinese è eroica, la viticoltura della costiera amalfitana è eroica)

Tra i più tenaci strumenti comunicativi dello scribacchino enoico si annovera di sicuro: le Langhe sono la più grande area vitivinicola italiana (e del mondo). Ancora una volta devo fare la stessa, imbarazzante ammissione. Non sono mai riuscito a entrare in sintonia emotiva profonda con il territorio langarolo, prima ancora che con i suoi vini. Ne riconosco – ovviamente – la grandezza, l’unicità, la bellezza. Ma la mia è sempre rimasta un’ammirazione cerebrale, non partecipata sentimentalmente. Invidio dunque coloro – e sono miriadi – che ne fanno la loro terra/totem nel mondo del vino. Con in testa i barolisti di tutto il pianeta. 

Ho fatto questa confessione pubblica lunedì scorso, durante un’intensa serata di Ladri di vino che ha avuto come ospite ispiratissimo Luca Currado, della storica firma Vietti. Luca ha portato un paio di Barolo della casa (due Ravera: un 2000 ancora debitore della ricerca di forza muscolare dell’epoca, ma comunque di notevole qualità; e un 2010 molto più fine, micrometrico nell’estrazione, impalpabile nel tatto e purissimo nel frutto). Ma i vini che ho trovato di gran lunga più vicini ai miei gusti di bevitore sono stati altri:

- una Barbera Scarrone 2016 di particolare nitidezza fruttata. Senza alcun segno di élevage (che è un modo enosnob per dire che non sa troppo di legno), cristallina nelle note di mora e ribes, modulata nei tannini, priva di inflessioni amare in chiusura. Un rosso eccellente.

- e, sopra tutti gli altri vini, una straordinaria Freisa 2016. “È la mia terza prova, annate precedenti di cantina il 1988 e… il 1945! fermentazione spontanea, niente artifici di cantina, nuda e cruda per così dire. Cioè com’era e come dovrebbe essere la Freisa delle nostre parti”, ha sottolineato Luca. E difatti: colore scuro, buccia di melanzana, profumi intensissimi di lampone e mora, gusto sottile, certamente non rustico nel tatto, arco gustativo ampio e di particolare piacevolezza. Da bere compulsivamente su qualsiasi cibo. 

Risulti enosnob, o paraculesco, o modaiolo o quant’altro di poco sincero, chissene: il Barolo mi incute reverenza e rispetto. Una Freisa come questa mi emoziona.

COMMENTI (3) AGGIUNGI UN COMMENTO



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VOCATIVO
17 maggio 2018 19:51 Touché. Per me miserrimo barolista non pentito vale la seguente legge: il barolo è il miglior vino del mondo; il barolo è un vino; tutti i vini sono i migliori del mondo. PS: però una freisa stasera la stapperei volentieri.
Stefano
17 maggio 2018 23:09 Propio ieri , 16 maggio ndr, sono stato in una piccola cantina vicino a castelnuovo don bosco e indovinate cosa ho acquistato? Un stupenda Freisa superiore di Monsparone
Domenico
19 maggio 2018 08:21 Bene bene perché penso che poi il Barolista non beva solo Barolo e deve essere un amante dei vini Piemontesi quindi in cantina avrà sicuramente Barbera , Freisa , Nebbioli , Gattinara ecc ecc ecc .