il BOTTIGLIERE Degustazioni

Le incerte aree di confine e il più nordico dei rossi francesi

di Fabio Rizzari 12 lug 2017 0

Nella Champagne si produce un vino “fermo” di grande carattere.

Non occorre essere fanatici della biodinamica e adoratori delle forze misteriose del cosmo per accorgersi che le aree liminali, in speciale misura le aree dove i confini non sono segnati dall’uomo ma seguono linee naturali invisibili e indefinite, possiedono un’energia particolare. Nel vino è un dato concreto e non una fumisteria new age: i bianchi e i rossi che nascono da vigne all’estremo limite settentrionale – e talvolta altimetrico – della loro coltivazione sono non di rado eccezionali; e molto spesso originali, inaspettati, ricchi di personalità.  

Nelle zone di frontiera, di contatto tra due mondi sensibili diversi, succedono cose molto interessanti. Di segno non necessariamente favorevole all’osservatore. I vecchi pescatori sanno che al confine tra acque fredde e acque calde si pesca meglio. Un marito che esplori l’incerta terra di nessuno tra una risposta sincera e un’affermazione evasiva alla domanda della consorte: “Come mi sta?” è consapevole di affrontare turbolenze e fenomeni di tipo caotico.

Se questo è vero, come sembra, si fa bene a stappare bottiglie liminali con un supplemento di curiosità. Con questo stato d’animo mi sono disposto a bere un rosso della Aoc francese Coteaux Champenois, ovvero di una delle terre più nordiche per la coltivazione delle uve a bacca rossa, la Champagne. Scrivo “una delle” perché, con il pluricitato cambio climatico, qualcuno tenta di cavare rossi fin nel sud dell’Inghilterra; e forse pure in Danimarca e nelle isole Svalbard (nel mar Glaciale Artico a nord della Norvegia).

Tali tentativi anglosassoni, danesi e norvegesi, non risultano radicati nei secoli. La Champagne, invece, è stata fin dal medioevo famosa – a lungo più famosa e apprezzata della Borgogna – per la produzione di vini rossi fermi. Ancora alla corte di Versailles si beveva rosso di Aÿ, e solo successivamente all’evenienza di un imbarazzante malanno del sovrano* si cominciò a conoscere i rossi di Nuis, ovvero di Nuits Saint Georges.  

La denominazione Coteaux Champenois copre un’area piuttosto estesa, coincidendo in buona sostanza con l’Aoc Champagne stessa. La base ampelografica dei rossi è il pinot nero (formalmente anche il pinot meunier). Un tempo non troppo remoto qui il pinot nero giungeva a un grado di maturazione accettabile un anno su 722. Oggi la situazione è meno sfavorevole, ciò non toglie che i rossi della zona siano più nervosetti e “passanti”, come si diceva una volta, che densi e rotondi.  

Uno dei migliori esemplari è indubbiamente l’Ambonnay Rouge Cuvée des Grands Côtés Vieilles Vignes firmato da Egly-Ouriet, marchio ben noto agli appassionati per i suoi Champagne stilizzati, di personalità decisa. Non ho esperienza approfondita su questo vino, avendone bevute solo due annate in tutto. In entrambi i casi – 2005, mi pare, e 2013 – la sensazione è che siano rossi di caratura molto elevata. Ma avendoli provati en vin jeune, senza poter valutare la loro espressività dopo un debito affinamento in cantina, si tratta appunto solo di un’impressione superficiale.

L’unico elemento che ho trovato (relativamente) poco convincente è stata la vetrosità dei tannini, ma considerando la latitudine delle vigne è un dato che ci sta tutto. Punto di forza del 2013 la squillante freschezza del frutto, che sembra derivare da un peculiare incrocio aromatico tra il lampone e la menta glaciale. Qualche traccia speziata, una vena di acidità vibrante, una chiusura netta, lunga, profilata. Uno ne berrebbe varie bottiglie all’anno, o magari al mese, non fosse per il prezzo non proprio confidenziale: circa un centone di euro, con punte di un terzo in più per annate quali la 2010.

* Che il medico di corte, Fagon, prescrisse al Re Sole per “curare” la sua fistola anale.

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