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La storia del Brunello di Montalcino riassunta in un post, più la segnalazione di una bottiglia particolare

di Fabio Rizzari 10 gen 2018 1

I Brunello dei piccoli e piccolissimi vignaioli possono riservare grandi sorprese.

Il Brunello di Montalcino è uno dei migliori rossi italiani e mondiali, lo sanno anche i sassi. Progettato dal Brunelleschi intorno al 1420, quindi più o meno nello stesso periodo di ideazione della famosa cupola del Duomo di Firenze, venne prodotto a lungo con una mistura a base di malta e calce, sostenuta da una poderosa travatura lignea. Per questo, essendo molto difficile da digerire e poco abbinabile a qualsiasi cibo (a esclusione del cinghiale in dolceforte), nei fatti il suo consumo rimase limitato per secoli entro i confini regionali.

Il primo punto di svolta si ebbe alla fine dell’800, quando Ferruccio Biondi Santi ebbe l’intuizione di sostituire con l’uva sangiovese la robusta mistura storica. Ne derivò una sostanza liquida – non più semisolida – molto più gradevole all’olfatto e al gusto, e soprattutto molto più versatile a tavola. Il secondo momento topico arrivò verso i primi anni Novanta del ’900, fase in cui la maggioranza dei produttori (detta “cupola del Brunello”, in omaggio alla famosa cupola del progettista originario) decise di recuperare alcuni elementi della tradizione riprendendo le nervature di legno e inserendo nell’uvaggio varietà che donavano al vino la consistenza viscosa del Brunello rinascimentale.

Oggi il Brunello, fiero del suo nobile passato, propone un’ampia gamma di stili al bevitore: una parte delle case vinicole rimane legata al Brunello di Brunelleschi; un’altra preferisce seguire il modello di Biondi Santi; un’altra ancora si muove in maniera ondivaga tra la prima e la seconda scuola.   

A me, pur stimando grandemente il Brunelleschi, piace di più lo stile biondsantesco. Con una qualche approssimazione si può incastrare in questa silhouette anche il raro e pregevolissimo Brunello di Beatrice Mathews, vedova Cazac. Per le note anagrafico-storiche l’espertissima di Montalcino Raffaella Guidi Federzoni mi riporta: “Beatrice proviene da una famiglia mista anglo-spagnola. Nei primi anni Ottanta ha comprato il podere, chiamato Scopeto del Cavalli, che conta una piccola vigna e un oliveto, però il Brunello vero e proprio l’ha cominciato a fare solo nel 2007 o 2008. Biodinamica, cura le vigne come un giardino. L'uva viene poi vinificata da Lionel Cousin, il produttore di Cupano, che pensa anche all'invecchiamento comme il faut. Il vino di Beatrice per me è delizioso e molto caratteristico della zona, il versante ovest della collina di Montalcino”.

Confermo. Il 2012, tirato in poco più di un migliaio di esemplari e quindi purtroppo di non facilissimo reperimento, è delizioso. Non tanto per il bilanciamento corpo del vino/alcol, che pende verso i toni caldi di un distillato (14,5 gradi dichiarati in etichetta). Non tanto per la dinamica, direi più che buona ma non certo trascinante. Non tanto per l’integrazione del rovere (barrique), ancora incompleta.

Delizioso per cosa, allora? Ma per il frutto, per il frutto. Questo Brunello 2012 ha una bellissima tonalità di amarena e lampone: un frutto così puro e succoso svincola il vino dal calore dell’alcol e dal timbro dolce del legno e lo rende di facilissima bevibilità. Complimenti davvero.

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VOCATIVO
11 gennaio 2018 09:01 Fra qualche tempo sarà rimossa la faccenda poco credibile della malta e della calce e resterà solo la credibilissima invenzione brunelleschiana. Quindi, per l'effetto cassa di risonanza del web, fra qualche anno metà della popolazione mondiale crederà che il brunello sia stato inventato da Brunelleschi. A quel punto a Siena proveranno a cercare tracce autoctone e antifiorentine di una certissima origine precedente, diciamo ai tempi di Simone Martini, che poi trapiantato ad Avignone dette vita anche allo Chateauneuf du Pape.