il BOTTIGLIERE Riflessioni

La scomparsa di Beppe Rinaldi

di Fabio Rizzari 05 set 2018 1

Tre giorni fa ci ha lasciato una figura iconica del mondo del vino italiano.

Beppe Rinaldi detto Citrico, vignaiolo tra i più esemplari d’Italia, è morto.
Tutto il mondo del vino ricorda, come è giusto, la sua storia, e celebra la sua opera.

Le sue qualità umane, la peculiarità del carattere, le idiosincrasie e le simpatie personali sono state in questi giorni ampiamente descritte da amici e colleghi.
Nella celebrazione dell’artefice stanno inevitabilmente sullo sfondo i vini, che costituiscono il legato storico della firma Rinaldi.

La visione del vino di Rinaldi era netta e certo le si fa un torto a riassumerla rozzamente in pochi punti: coltura della vigna e vinificazioni tradizionali; rifiuto della logica del singolo cru in favore del taglio da vigne diverse; rispetto della biodiversità e rigetto della globalizzazione dei mercati.

I migliori vini di Rinaldi – non soltanto i Barolo, anche per dire i Dolcetto – sono accomunati da una grazia espressiva, da una iridescenza aromatica e da una trasparenza gustativa sempre ammirevoli, in molti casi entusiasmanti.

“Sono” e non “erano” perché la continuità stilistica della casa pare assicurata: non si tratta di retorica ma di dati reali delle ultime vendemmie.

Oggi ha poco o nessun peso critico leggere l’azione di Rinaldi attraverso la lente deformante della stanca diatriba tra vecchio e nuovo Barolo.

Fuori delle idee e delle opinioni ha peso la realtà palpabile dei vini. I vini di Rinaldi, quale più quale meno, girano intorno a un asse portante: la pura bevibilità. I tannini non si ammassano e quindi non frenano il flusso del sapore. Il frutto non ha inflessioni molli e non appesantisce il flusso del sapore. L’acidità non è tagliente e non inasprisce il flusso del sapore. L’alcol non è bruciante e non surriscalda il flusso di sapore.

Quanti Barolo attuali possono vantare le stesse doti?
Non molti.

PS
Non ho avuto la fortuna di conoscere Beppe Rinaldi, l’ho incontrato un’unica volta, molti anni fa. Giovanni Bietti – musicista, musicologo, esperto di vini e scrittore di cose vinose – aveva invece con lui un legame di conoscenza e di affetto pluridecennali. Giovanni manda, tramite questo blog, un saluto non retorico all’amico scomparso:

Caro, grande Beppe,

ancora una volta ci hai lasciato tutti senza parole, ma purtroppo stavolta non lo hai fatto con una delle tue tante bottiglie indimenticabili, o con le tue tantissime, meravigliose storie.

Scrivendo agli amici, alle persone che ti hanno frequentato – e amato – in tutti questi anni, non ho trovato nulla da dire tranne che il mondo, da ieri, mi sembra più brutto e più vuoto.

Avevo messo da parte una bottiglia della tua annata, per festeggiare insieme tra pochi giorni una data importante.
Non avrò mai la forza di aprirla senza di te. Ma so che prima o poi la berremo insieme.

Mi manchi, Beppe

Giovanni

COMMENTI (1) AGGIUNGI UN COMMENTO



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spanna
5 settembre 2018 09:46 Grazie per l'asciuttezza del ricordo e soprattutto di aver riportato al vino, ai vini che realizzava la misura della persona che era. La statura del vignaiolo brillava anche nella freisa e nel ruchè, vini di una spontaneità espressiva impressionante, da godersi nell'attesa che il "barolaccio", come gli ho sentito dire una volta, trovasse la conformazione adatta al godimento.