il BOTTIGLIERE Degustazioni

La scelta per vitigno come semplificazione della realtà

di Fabio Rizzari 14 giu 2017 0

Giudicare un vino dall’uva di base non costituisce necessariamente una bussola affidabile.

Valutare un vino dall’uva da cui è ottenuto è sempre una piccola sconfitta culturale, anche per un bevitore illuminato. Il vitigno costituisce un orientamento di larga massima ed è soggetto a forti vibrazioni strutturali in caso di terroir di buona o eccellente qualità. Nel senso: immaginandolo come un carretto di legno (detto in area toscana barroccino, a pedali o senza), se percorre la strada asfaltata del territorio anonimo e della tecnica enologica omologante rimane assemblato e riconoscibile in quanto carretto; se viceversa segue il tracciato bianco e pieno di naturali asperità del grande terroir, può perdere molti pezzi, a cominciare dalla targa, e risultare alla fine del percorso del tutto irriconoscibile.

Molte varietà di uva, poi, non sono soldatini tutti uguali, ma una vera popolazione di individui: dal barbiere al fiscalista, dal costruttore di protesi ortopediche al contrabbandiere di valuta. In questo modo, dire genericamente “è un rosso da pinot nero” o da sangiovese, a conti fatti può non significare una beneamata fava.  

Ciò premesso, alcune famiglie di vitigni sono stimolanti da studiare in sé, in quanto generatrici di vini originali, quasi mai ovvi indipendentemente dalla latitudine in cui nascono e dalla mano che li lavora.

Tra queste uve trovo da anni assai intrigante la famiglia della grenache, se vogliamo piazzare subito una centratura filogallica della faccenda. Detta in Italia cannonau, alicante nero, granaccia, è conosciuta in Spagna come garnacha, tinta mencida, tintilo de rota, tinto menudo, aragones; e conta numerosi altri eteronimi francesi (bois jaune, sans pareil, roussillon, rivesaltes, redonval, rouvaillard, ranconnat, etc.).

Nella letteratura classica non gode della fama di vitigno di alto livello, secondo me a torto: una guru (gura?) della critica del calibro di Jancis Robinson la liquida con una certa degnazione (“la grenache è considerata più per la sua muscolatura che per la sua bellezza”) e altrove, sempre in ambito anglosassone, se ne rimarcano monotonamente i lineamenti squadrati, e con molta minore frequenza la peculiare intensità aromatica.  

Una sua variante meno nota è la parente stretta coltivata in Veneto, conosciuta fino a un decennio fa come tocai rosso e oggi ribattezzata tai rosso. Le sue significative capacità plastiche le permettono di dare vita sia a vinelli leggeri, sia a rossi di più impegnativo ingombro estrattivo.

Durante uno dei vari assaggi che conduciamo per la nuova edizione di Vini da scoprire ho trovato riuscita la versione proposta da Piovene Porto Godi, che non è un toponimo (“Vicenza coperto, Piovene Porto Godi poco nuvoloso”) ma un’azienda dei Colli Berici. Il 2016, di colore rubino leggero, esordisce con una leggera velatura all’olfatto, e con l’aria lascia spazio a profumi più limpidi di genziana, acciuga, amarena. Molto gustosa al palato, ha intelaiatura tannica fitta ma non dura o pesante, e chiude su note di frutto maturo. Non l’ho sperimentata a tavola, ma sembra promettere una bella versatilità negli abbinamenti.  

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