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La nuova Borgogna: il promettente lavoro di una giovane produttrice

di Fabio Rizzari 08 mag 2019 1

Primo approccio con un vino di Amélie Berthaut.

Dopo la raffica di post bordolesi delle scorse settimane torno a un tema più in linea con lo spirito dei tempi e scrivo di un rosso borgognone. Non sia mai che ci si allontani dai sacri confini della Côte d’Or per troppo tempo.

Il vino in questione è un Vosne-Romanée e lo produce Amélie Berthaut. Se non avete mai sentito nominare Amélie siete giustificati: è una produttrice molto giovane (dell’88) e ha iniziato a produrre in proprio da non molte vendemmie, accorpando le eredità genitoriali (Denis Berthaut e Marie-Andrée Gerbet) e creando il nuovo domaine Berthaut-Gerbet, il cui baricentro produttivo non è Vosne ma a Fixin.

Colpo d’occhio sintetico: una quindicina di ettari in aree blasonate (Gevrey, Chambolle, Vosne, Vougeot), parcelle in vigne rinomate (1er cru quali Cazetiers e Lavaux St Jacques a Gevrey, Les Petits Monts e Les Suchots a Vosne) e rinomatissime (grand cru quali Clos Vougeot ed Echezeaux), agronomia rispettosa (“metodi organici”, lotta ragionata), vinificazioni a grappolo intero in cemento o in botti non nuove.  

Ho assaggiato il Vosne-Romanée Les Petits Monts 2015, trovandolo particolarmente buono. Taluni mi fanno osservare che negli ultimi anni ho asciugato progressivamente le mie note di degustazione, quindi procedo a compilare una scheda elefantiaca che dovrebbe essere sufficientemente ricca di analogie aromatiche e compensare in parte la stitichezza del recente passato:

Colore tra il rosso ciliegia selvatica e il rosso rubino, con riflessi sul Pantone 18-1662 (“scarlet red”). Unghia tenuemente violacea, a segnalare una robusta tonicità di frutto e una totale assenza di punture ossidative. Viscosità media, resistenza alla rotazione ottima: con una leggera forza di 41 dN (deciNewton) si arriva agevolmente a un regime di 45 RPM  (revolutions per minute). Traslucenza ottima, indice di rifrazione buono.  
Profumi molto vitali di ciliegia selvatica (bis), mora di rovo, mora di gelso, ribes rosso, sambuco nero, ossicocco, amarena, sfumati da correnti olfattive parallele e ben integrate, tra le quali il corredo aromatico del legno, in terzo piano e perciò molto discreto: pane grigliato, vaniglia Bourbon, lieve caramello; tutti fenoli volatili derivati dalla degradazione della lignina conseguente alla tostatura a fuoco del rovere.
Gusto dal frutto maturo, pieno e sodo senza mai risultare molle o statico, al contrario ben sostenuto da una freschezza balsamica che dona slancio e reattività al sorso. Tornano i rimandi all’ampia famiglia dei frutti di bosco, i tannini sono sapientemente integrati e di grana fine, simili a cipria (più che alla carta vetrata di certi mammozzoni sovraestratti). I rimandi analogici del sapore vanno dalla mora di gelso al lampone fresco. Con l’aerazione nel bicchiere emerge un po’ più scoperto il contributo del legno, senza tuttavia che questa voce diventi tirannica. Il finale è sul frutto di lampone puro, appena punteggiato dal timbro boisé e da una lieve nuance salina.


E per oggi mi sembra che possa bastare.


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VOCATIVO
10 maggio 2019 08:06 Immagino che abbia volutamente sorvolare sulle frazioni di secondo in cui si esprime il finale, ma i suoi lettori indulgenti la perdoneranno, sopratutto in virtù della implicita professione di fede del primo paragrafo e conseguente ritorno alla vera dottrina. Voci infide vogliono che tra i sorveglianti della vera fede ci sia chi ancora sta valutando la genuinità della sua abiura, ma tutti sono pronti a riabbracciarla nel corpo della Chiesa.