il BOTTIGLIERE Riflessioni

La modernità anacronistica

di Fabio Rizzari 13 giu 2018 0

Il sottile crinale sfida/sfiga è ancora troppo poco conosciuto dai bevitori.

“È l’ora delle decisioni improcrastinabili, è l’ora di anteporre il bene della confederazione a ogni interesse personale. Il coraggioso avanza, il patriota combatte, il giusto vince. E senza alcun aiuto, negli uvaggi, delle varietà cosiddette migliorative” (James Madison, discorso alla nazione, autunno 1814).

Come si vede, anche il quarto Presidente degli Stati Uniti era risolutamente avverso all’impiego di vitigni estranei alla tradizione. Et pour cause: quando si tratta di difendere l’identità nazionale, gli americani non sono secondi a nessuno.

Dai noi, è ampiamente risaputo, i vitigni migliorativi sono serviti negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso a fare da ponte tra il vecchio e il nuovo mondo: dal vecchio mondo contadino al nuovo mondo della tecnologia, in vigna e in cantina.

Oggi la prospettiva non solo è cambiata, si è proprio invertita: il nuovo mondo è quello contadino, il vecchio mondo è quella della tecnologia.
Oggi si è moderni se si apprezza il vignaiolo ottantenne sperduto tra i minipoderi dell’Etna, e si è anacronistici se si apprezza un taglio di cabernet e nero d’Avola “affinato in barrique”.

L’ultimo grido non è: “ehi, sono stato a Bordeaux, la cantina spaziale di Château Faugères è una ficata”, ma: “ehi, sono stato in Georgia, a Nikortsminda c’è una coppia di artigiani che con dell’argilla pliocenica di Zestaponi produce dei kvevri allungati come quelli delle navi romane!”

Eppure il vero, il buono, il giusto, si trova molto spesso nelle zone grigie del compromesso, più che nelle fiammate fatue degli estremismi.
Se i radicali sapessero quali e quanti compromessi deve accettare anche il più puro e onesto dei vinificatori, ne sarebbero delusi.

Fare vino non è percorso lineare: maturazione/raccolta/ammostamento/cemento o anfora/bottiglia. O meglio: nel migliore dei casi può esserlo. Così, nudo e crudo. Ma con molta maggiore frequenza la linea che porta dell’uva alla bottiglia è un arabesco.

In particolare si sottrae a questa logica semplificatoria il compromesso più grande di tutti per chi fa vino: accettare, e cercare di mitigare, la sfiga. Che è sempre incombente, quando si accetta fino in fondo la sfida di coltivare e di vinificare senza reti di salvataggio.

Sul sottile confine sfida/sfiga si gioca molto, moltissimo del lavoro di compromesso anche – e direi soprattutto – dei produttori cosiddetti naturali.

Per questo apprezzo preventivamente il vignaiolo, il produttore che sa svincolarsi dagli abbracci degli estremisti, e magari fa vino artigiano assemblando senza pregiudizi uve “tradizionali” e reiette uve “internazionali”. Come faceva un tempo, prima di ritirarsi a vita privata con le sue capre, Fabrizio Niccolaini, a Massa Vecchia. E come fanno altri: più o meno dimenticati dalla moda del momento.

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