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La macerazione dei bianchi va buttata al macero?

di Fabio Rizzari 05 lug 2017 0

I bianchi lungamente macerati hanno stancato molti bevitori, ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio.

Accolta all’inizio* – un nuovo inizio, trattandosi di una pratica millenaria – con entusiasmo, la macerazione  prolungata dei bianchi è ormai finita nella spirale discendente dell’antimoda. Il ritornello ripete che si tratta di una tecnica omologante, se usata pervasivamente e monotonamente. C’è del vero, certo, e sono tra chi canticchia quel ritornello da anni.

Però, prima di mandare la macerazione al macero, occorre operare alcune distinzioni. Se – e parlo per gli esiti finali, non competendomi la parte dietro il palcoscenico, quella della produzione – la scena aromatica e gustativa non è marcata, dominata, sottomessa dall’eccesso di macerazione, con colori stereotipati ambra/arancione seguiti da aromi stereotipati di tè seguiti da sensazioni tattili stereotipate di ovatta in bocca per l’eccesso di tannini, allora ci si può trovare di fronte a bianchi che ne fanno un’arma in più in termini di complessità.

Penso a certe edizioni di Vodopivec, o di Paraschos, o dello stesso Gravner ovviamente, ma di esempi se ne potrebbero fare molti. L’ultimo acuto in ordine di tempo arriva dall’azienda romagnola Ca’ di Sopra, che si è vista negare la fascetta della Docg Albana di Romagna per un bianco considerato “non tipico”. È, proprio all’opposto, molto tipico: molto tipico della miopia di non poche commissioni consortili farsi sfuggire l’evidenza di vini di eccellente qualità. Tutti presi come sono a pensare alla mediocrità: nel senso letterale di termine medio, di linea mediana dalla quale guai a discostarsi. “Sennò alla mediocrità chi ci pensa?”, come diceva il fu Carmelo Bene.  

Il vino è stato dunque battezzato Sandrona, ha un’etichetta semplice e pulita e offre un ventaglio di profumi e sapori molto convincente. Non è irretito da una tannicità debordante e quindi non viene frenato nella sua corsa gustativa, ma al contrario risulta vibrante, modulato, delicatamente salino, davvero profondo nella persistenza conclusiva. La maglia tannica non manca, è ovvio, ma è solo una delle voci, non quella che tiranneggia il palato. Un bianco buonissimo, purtroppo temo tirato in pochi esemplari.

* Id est specificamente i primi vini in anfora di Josko Gravner.

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