il BOTTIGLIERE Attualità

La bottiglia più cara del mondo e altri racconti

di Fabio Rizzari 17 ott 2018 0

Una bottiglia di Borgogna ha raggiunto la più alta quotazione di tutti i tempi per un vino.

Sabato scorso, 13 ottobre 2018, è stata aggiudicata all’asta la bottiglia più costosa della storia umana, un Romanée Conti della leggendaria vendemmia 1945. La cifra finale lascia a bocca aperta: 558mila dollari, che equivalgono – almeno in queste ore, dato che l’euro fra poco varrà come il Bolívar venezuelano – alla discreta sommetta di 482mila eurozzi.

Ciò ha avviato in automatico nei miei circuiti neuronali una serie di ricordi sullo stesso soggetto: vendite all’incanto di flaconi rari e rarissimi, traffici di falsari, collezionisti con e senza scrupoli (con e senza screwpull), famosi consulenti, analisi al carbonio 14, controversie legali e compagnia cantante.

Quando lavoravo presso la redazione del Gambero Rosso fui incaricato, come secondo articolo dopo un esordio sull’azienda chiantigiana Castello di Ama, di confezionare un pezzullo sull’incredibile aggiudicazione di uno Château Lafite Rothschild 1787 (appartenuto a Thomas Jefferson) per 250 milioni di lire dell’epoca. L’aspetto più curioso non riguardava tuttavia la vendita in sé, per quanto iperbolica; bensì due storie collaterali.

La prima storiella, della quale non riesco a reperire dettagli e che forse è soltanto un deliquio della mia mente, riguarda una bottiglia coeva di Lafite che venne scriteriatamente portata in aereo da un facoltoso collezionista. Dopo pochi minuti di volo tale rarissimo specimen si ruppe per via della presurizzazione della cabina (il vetro delle bottiglie antiche era soffiato a bocca artigianalmente e quindi lo spessore della sezione poteva variare molto: una parte poteva essere di quattro millimetri, un’altra sottile come un guscio d’uovo) e il contenuto si sparse sul pavimento del velivolo.

La seconda, più documentata, riguarda la sorte della bottiglia “ufficiale”. Coinvolse Hardy Rodenstock, celebre collezionista di vini tedesco defunto qualche mese fa, e il magnate statunitense Bill Koch. Il primo come venditore e il secondo come acquirente. Rodenstock venne chiamato in causa – letteralmente: venne citato in giudizio – con l’accusa di essere un falsario. Seguì un’interminabile controversia legale, noiosissima se non per le schermaglie forensi tra periti delle due parti:

- “Nella bottiglia le iniziali Th J sono state incise con un utensile elettrico moderno”
- “No, la profondità irregolare dell’incisione conferma l’esecuzione manuale”

- “Il vino all’esame spettroscopico rivela alcuni isotopi presenti nell’atmosfera solo dopo le esplosioni nucleari del Ventesimo secolo”
- “E con questo? tali isotopi possono essere passati attraverso il tappo”

- "Il manganese che dà una sfumatura verde alla bottiglia è stato utilizzato per la prima volta sono negli anni Venti, proveniente dalle miniere del Marocco, quando il paese era sotto il dominio della Francia"
- "No, il flacone è di colore bruno, i riflessi verdi sono dovuti alla degradazione cromatica indotta dal passaggio del tempo e dal pH del vino nel vetro artigianale, meno stabile di quello moderno"

- “Il vino è falso, me lo ho confermato mia zia”
“No, tua zia è inattendibile perché ha litigato con Koch per una merendina quando erano piccoli”


E così via.

Ora, ci sarebbe da sorridere, se la notizia non confermasse una linea di tendenza esiziale che ho stigmatizzato in un post di alcune settimane fa. Certo, qui parliamo di uno 0,0000000000000000001 per cento del mercato. La punta dell’iceberg. Però la finanziarizzazione – la finanziarizzazione, non il mercato e basta - del vino passa anche per questi episodi/segnale.

COMMENTI (0) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

Non ci sono commenti