il BOTTIGLIERE Degustazioni

La Borgogna in versione mistica: a proposito di un vino

di Fabio Rizzari 09 feb 2016 1

L'annata è il 2009, è un Grand Cru ed è rosso, costa caro ma non carissimo. Fine degli indizi.

Non è un mistero che il termine più digitato nei motori di ricerca del web – prima ancora che Gesù Cristo, Coca Cola, iPhone 6S, Kim Kardashian, Adele – sia “Pinot Nero”. In qualsiasi ambito sociale del pianeta, dai bistrot parigini alle steppe caucasiche, dagli architetti di San Francisco alle più sperdute tribù del Borneo (dove negli accampamenti davanti al fuoco si sente sempre più spesso in malagasy “Aho, azafady mena tsara Bourgogne*, che vuol dire “vorrei un buon Borgogna rosso”) la bevuta più agognata è borgognona.

Il motivo c’è ed è ovvio. Al di là di ogni moda, molto difficilmente un buon Bourgogne tradirà il bevitore asfaltandogli il palato con uno strato di tannini catramosi. Che sia un semplice Village, un riuscito Premier Cru o un augusto Grand Cru, sarà sempre gentile con le papille gustative. Questo carattere inimitabile, la capacità cioè di sfiorare il palato con delicatezza, senza l’irruenza guascona di molti altri rossi, ne fa la tipologia attualmente più desiderata del pianeta.

Ecco perché ho partecipato con gioia, sabato scorso, a un vero evento: la degustazione di ben dodici Gevrey Chambertin Clos St Jacques organizzata da un profondissimo conoscitore della Borgogna: Giancarlo Marino, alias il magister. Il Clos St Jacques è un mito presso i borgognofili e pur essendo rubricato come Premier Cru sfoggia qualità (e prezzi) da vero Grand Cru. Sull’esito degli assaggi non dico nulla: potrete leggere un ampio testo monografico su questo magnifico vino a firma di Giancarlo e del grande Armando Castagno prossimamente nella pagine degli Alterati.

Dice: ma allora perché ci solletichi, se poi nicchi, rimandi, allunghi il brodo? Perché mi avanza spazio per parlare del vino che più mi ha impressionato nel corso della serata. Un rosso di qualità stellare, capace di generare emozioni di carattere vertiginoso; e nello stesso tempo un vino schietto, senza boria, di immediata forza comunicativa.

Un Borgogna rosso, manco a dirlo. Messo in gioco, come Grand Cru, proprio per misurare la fama da Grand Cru in pectore del Clos St Jacques.

Il quale Clos ha tenuto botta, certo. Ma davanti alla luminosità accecante dello Chambertin 2009 Rossignol Trapet qualche colpo l’ha perduto. Purissimo come un rubino scintillante (scintillante come un rubino purissimo, se preferite), dal frutto quintessenziale e dal tocco tannico impalpabile, ha lasciato a bocca aperta tutti i convitati.

Per parte mia ho provato a cercarlo su wine-searcher, ma il suo prezzo, 156 euro a bottiglia, pur essendo meno esoso di altri Chambertin più famosi, è comunque fuori della mia portata. Se avete soldi e voglia, procuratevene una bottiglia: è un’esperienza mistica.

 * sembra romanesco ma è effettivamente malgascio: controllate su google traduttore per credere

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vocativo
17 febbraio 2016 15:09 Rizzari, è in lizza per il primo premio come miglior conoscitore al mondo delle virtù di google traduttore. Se la vedrà con Otto von Pippen e Tekuro Nakarie.