il BOTTIGLIERE Riflessioni

Il vino da oggetto della tavola a oggetto finanziario

di Fabio Rizzari 20 lug 2018 9

L'aumento folle dei prezzi fa entrare il vino in un contesto culturale alieno alla sua storia plurimillenaria.

Se ricordo a un giovane collega che “quando ero giovane io, si comprava un Premier Cru di Bordeaux più o meno al costo di una cena per due in un ristorante di buon livello” non gli propìno soltanto una delle numerose declinazioni della senescenza (“eh, ai miei tempi…”) ma gli propongo una prospettiva storica precisa.

Non è un mistero che negli ultimi due decenni il vino delle aree vinicole più celebri sia divenuto uno strumento finanziario. Oggi questa perdita di valore – perché di questo si tratta in termini antropologici e sociologici, non già di un aumento di valore – ha raggiunto estremi di aggressività e volgarità mercantile impensabili fino a poco tempo fa.

Potrei citare percentuali astronomiche di aumento dei prezzi (Grand Cru di Borgogna più 900%, grandi bordolesi più 1.200%, eccetera eccetera), riportare dati, provare ad analizzare le fiammate speculative nelle aste specializzate. Ma mi faccio bastare un singolo esempio.

Un caro amico ha – o meglio, aveva - un’assegnazione di un grandissimo domaine della Côte de Nuits da circa trent’anni. Trent’anni, mica due. Non molte bottiglie, ma almeno uno specimen per ogni rosso della gamma, per qualche centinaio di euro complessivi annui.

Bene. Nel breve volgere di tre o quattro anni il costo della sua assegnazione ha toccato un migliaio di euro e quindi, in rapidissima escalation, i cinquemila. Infine, la ciliegina sulla torta: non arrivandogli la solita email dall’azienda, ha chiesto lumi sul ritardo, e solo a quel punto gli è stato ruvidamente detto che la sua assegnazione era annullata. Senza uno straccio di comunicazione iniziale. Senza uno straccio di spiegazione e magari di scuse.

Ovviamente qui non bisogna farne una questione di forma, anche se nel luogo comune consolidato i domaine borgognoni sono famosi per la cortesia verso il cliente, che sia storico o meno. Bisogna farne una questione di sostanza. Anche in Borgogna ci si arrende alla logica dei broker di Wall Street. Alla loro bieca aridità, prima ancora che avidità, per ossequiare uno stereotipo classico.

Interpellato sulla faccenda, un addetto ai lavori che preferisce l’anonimato mi scrive:   

“Dico la verità anche se ti apparirà curiosa: per me se un’azienda si lega a un importatore deve - non può: deve - smettere di vendere ai privati e dirottarli dall’importatore. Al prezzo dell’importatore. 
Un importatore prende ogni anno in ampia quantità il vino di grandi domaine - e ci investe cifre colossali rischiando in proprio, pagando in anticipo sulla spedizione e dovendo poi vendere tutto remunerando gli agenti entro un tempo non ampio, perché le vecchie annate di Borgogna non le prende nessuno.

Quindi io sinceramente non mi meraviglio affatto che un operatore, assediato dagli ecommerce al limite dello sleale che lavorano in conto vendita, possa avere parlato chiaro e finanche posto un aut-aut a quel produttore, che secondo me si potrebbe essere rotto i coglioni di vendere a privati a 140 e vedere la giostra delle sue bottiglie a 800/850 euro un mese dopo. 
Per esempio DRC e Leroy, ma anche Prieuré Roch e Mugnier, De Vogüé e D’Angerville, non vendono a privati: danno il vino ai loro importatori e ci indirizzano i particuliers”


Questo appare logico e finanche condivisibile. Ma il problema è a monte, come si diceva negli anni Cinquanta: queste manovre violentemente ed esplicitamente speculative sono giustificate – di più: indotte con la forza – dalla trasformazione del vino non già in semplice merce, dacché lo è da sempre, ma in strumento finanziario e bene di lusso estremo.

Un economista sorriderà. Qualsiasi merce è uno strumento finanziario.
Il vino, tuttavia, era “uno strumento finanziario” come il pane, la pasta, l’olio. Oggi è uno strumento finanziario come le Ferrari, i cappelli d’oro massiccio, gli yacht a quindici piani.  

Una bottiglia può benissimo costare molto. Non è uno scandalo, anzi è anche giusto. La qualità si paga. La banale legge della domanda (ora planetaria) e dell'offerta è sullo sfondo come scusa passepartout. Ma se la leva speculativa arriva ad assimilare una bottiglia a un’automobile fuoriserie, si è oltre i confini del giusto e del morale.
La morale non c’entra? la morale c’entra eccome.

Integrazione significativa di mezzogiorno

Riccardo Lombardi, grande esperto di vini borgognoni (e non solo), mi manda un commento di particolare incisività e profondità analitica. Lo trascrivo integralmente:

"C'è una serie di situazioni più gravi della cosiddetta morale, che resta categoria limitata e di connotazione religiosa, di cui spesso non frega niente a nessuno. Siamo qui ben oltre la questione morale: siamo dinanzi a forme che attaccano prima di tutto il rispetto umano, categoria ontologica e non etica. C'è disprezzo per la storia e la tradizione, che prevede un rapporto di fedeltà che si rinnova negli anni, indipendentemente dal 'sopra e sotto' della qualità dei millesimi, e attraverso le generazioni di padri e figli tra vignerons e cliente.

Questa vandalica 'auri sacra fames' dimentica quando decenni addietro le vigne di Borgogna erano state riempite di potassio (ancora oggi non del tutto smaltito!!!), per una esaltazione del momento poi svelatasi tossica e delirante, e le cantine erano piene di botti, ché dei vini non si vendeva quasi nulla. E quel poco che si vendeva era a due lire.

Con questa infatuazione speculativa di oggi non solo scompare il vino e la conoscenza del vino come espressione della nostra cultura e civiltà, ma scompare l'umano, la storia, la dignità individuale. Non a caso questi Super-Burgundies sono ormai così cari da essere inaccessibili a normali lavoratori onesti per essere lo svago prestigioso dei papponi di Hong Kong, degli spacciatori di Singapore e di tutta quella categoria che accede a facili profitti attraverso lo sfruttamento violento o la frode ai danni di altri uomini. Questi oggetti del nuovo culto consumistico finiscono poi allungati con la Coca Cola ghiacciata per ammortizzare il caldo tropicale. L'importante è che le nuove associazioni franco-asiatiche, che stanno soppiantando i domaines familiari, ingrassino.

L'aggressività finanziaria del mercato del vino borgognone esprime le Nuove Forme, macabramente attuali, della Francia collaborazionista, in piena risonanza con lo spirito del generale Petain. Una revanche della destra ricca francese dei proprietari terrieri, aizzati dal nuovo asse commerciale franco-asiatico, che non è solo testimoniato dalla macabra celebrazione che la Revue de vins de France ha voluto fare del fondatore del Front National Le Pen padre come appassionato e collezionista di vino, ma che si traduce più che mai appieno nel nuovo anonimato commerciale che si sta affermando nella Côte d'Or di Borgogna.
Sempre più 'd'oro', sia di nome che di fatto."

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amadio ruggeri
20 luglio 2018 08:57 Ciao Fabio. Io non sono d'accordo, sono stra-d'accordo. Ma credo che non siamo in tanti a pensarla così. Da un tuo esimio collega, non voglio fare nomi, dico solo che inizia con Ce e finisce con illi, sono stato tacciato di "ingenuità" quando anch'io ho tirato fuori la parola "morale". Perché è proprio di questo che si tratta. Ed è davvero banale ricorrere alla cosiddetta legge della domanda e dell'offerta. Non funziona con il vino. O perlomeno non dovrebbe funzionare. Interpellato sull'argomento il Dalai Lama ha detto: "io non posso permettermi certi Borgogna o certi Barolo, ma per fortuna hanno cominciato a fare vino anche in Tibet".
Fabio Rizzari
20 luglio 2018 09:08 Sì può benissimo pensare che sia immorale, avere ragione e insieme essere ingenui. Non ci vedo una contraddizione. Grazie dell'apprezzamento e saluti cordiali PS il Dalai Lama ha proprio ragione
Marco
20 luglio 2018 12:41 Mi sembra una presa di posizione un po' moralistica, basato su un assunto errato. Il problema dei prezzi non è che è che c'è speculazione finanziaria, è che - a parità necessaria di offerta - la domanda è cresciuta esponenzialmente. Di conseguenza i prezzi. Ora il "povero" produttore ha due possibilità, o continua a vedere a 10, a persone che poi rivendono a 1000 sul mercato secondario, o vende a 500 all'importatore che rivenderà a 1000.... P
Fabio Rizzari
20 luglio 2018 13:34 Grazie del commento, che però risulta superfluo, avendo io già elencato nel testo le stesse criticità e gli stessi strumenti convenzionali di analisi (logica della domanda e dell'offerta e compagnia cantante).
Luca Amodeo
20 luglio 2018 13:38 «Articolo quinto: chi ha i soldi, ha vinto». Lo diceva Enrico (non Paolo...) Cuccia. Non piace affatto neanche a me, ma da "economista" non posso farci niente.
Maurizio Giannoni
20 luglio 2018 15:29 Swatch, Bitcoin, Tiscali, qualsiasi oggetto, sia esso meramente finanziario che materiale non può stare per troppo tempo fuori dal proprio rapporto qualità/prezzo, prima o poi succederà anche con i vini ed allora saranno dolori per tutti i partecipanti a questa spirale senza senso. Noi semplici appassionati abbiamo la fortuna di poterci godere moltissimi buoni prodotti che hanno quel rapporto sbilanciato nell’altro senso, anche grazie alle indicazioni dell’autore e dei suoi colleghi.
Alessandro Sanguineti
21 luglio 2018 09:07 Sono perfettamente col signor.Riccardo Lombardi,
Marco
23 luglio 2018 14:49 Saranno superflui certi commenti, ma - ripeto - mi sembra una presa di posizione moralistica e non particolarmente propositiva. Certi vini costano tantissimo. Ed allora? Smettiamo di (o nel mio caso: non cominciamo a) berli; peccato, non vedo quale soluzione ci sia. Caso diverso se parlassimo di medicine salvavita....
Samuel
24 luglio 2018 15:22 Ciao Fabio, concordo pienamente ed essendo mezzo francese di vedere alcune quotazioni di bordolesi e borgogna viene la pelle d'oca! Quoto la frase del Dalai Lama citata da Amadio e penso di farne tesoro come moltissimi altri appassionati o meno di Pinot nero e altri uvaggi. Anche nel recente film "Ritorno in Borgogna" viene esposto il "problema" del valore per ettaro dei Clos della Cote d'Or (riferibili anche alla Champagne o nella zona di Bordeaux) e delle relative speculazioni dei grandi fondi o grandi gruppi che con qualche milione rilevano proprietà familiari non più gestibili per costi di successione proibitivi (lo stato francese dovrebbe cercare di porvi rimedio). Si trovano ancora vini "accessibili" ma è pressochè precluso l'acquisto dei "soliti" grandi nomi ai più per le cause citate da Fabio e Riccardo. Fortunatamente il mondo del vino è estremamente variegato e si trova sempre la bottiglia che ti da piena soddisfazione senza dissanguarsi. Poi la solita diatriba "meglio un Cristal 2008 o 4-5 bottiglie di buon Champagne?" è come la frase di un tempo "meglio una settimana di vacanza da leone o tre da pecora?!" a ognuno la facoltà di decidere!