il BOTTIGLIERE Riflessioni

Il vino che viaggia e il vino che non viaggia

di Fabio Rizzari 11 set 2018 0

Breve dissertazione sul vino artigianale e sulla sua attitudine a viaggiare.

“Una cosa so sul vino: più lo muovete, più lo massacrate”
François Coche Dury

“In un mondo ideale i vini dovrebbero essere bevuti sempre e solo nel loro luogo di nascita”
Pascal Ribéreau-Gayon

Nella sua quasi infinita varietà di declinazioni, il mondo del vino può essere ridotto a due grandi campi: il vino che viaggia e il vino che non viaggia(va). Forzando molto il concetto, anzi deformandolo esplicitamente, si può anche tradurre così: il vino del commercio e della finanza, da un lato, e il vino della tradizione familiare, della cultura, di una terra (non della terra genericamente intesa: il vino di quella terra) dall’altro.

Ovviamente non si tratta di compartimenti stagni. Il vino che non viaggiava, un tempo, ora si commercia e raggiunge angoli anche molto lontani da suo luogo di origine: la Malvasia di Bosa, per dire, si faceva e si beveva nel raggio di qualche decina di chilometri. Oggi è in carta nei locali à la page a Milano, a Roma, magari pure a Parigi.
Simmetricamente un vino che è divenuto vero strumento finanziario, poniamo il bordolese Château Margaux, può essere – ed è in effetti nel caso specifico – un vino della tradizione, della cultura, di una terra: di quella terra.

Proprio qui nasce però uno dei principali fraintendimenti dei nostri giorni. Chi produce vino chiamiamolo artigiano, si autodefinisca naturale o meno, condanna aprioristicamente il vino della finanza, mettendo tutto nel grande calderone dei cattivi. Chi produce vino in grandi volumi e per molti mercati ritiene che i piccoli vignaioli siano in massima parte degli idealisti anacronistici, degli anarchici dalle idee bislacche e antiscientifiche, nel peggiore dei casi dei potenziali eversori.

È probabilmente ingenuo immaginare una sorta di pacificazione che passi attraverso il riconoscimento reciproco. Ma iniziare a capire le ragioni degli altri sarebbe quantomeno utile per evitare gli estremismi e la fioritura dei fanatici. Fanatici che sono sempre scemi: nel perfetto senso etimologico (dal latino semis, metà) di mancante, difettoso, a metà. Perché mancano appunto della parte necessaria ad afferrare l’altra parte della realtà.  

Il vino che viaggia e quello che non viaggia(va) hanno dunque pari dignità. Vorrei dare per scontata la banalissima evidenza che più o meno tutti, dal contadino che fa cinquecento bottiglie fino ai fratelli Gallo, il vino lo fanno per venderlo. C’è però un discrimine netto. Il discrimine, e non da poco, è sia nei numeri che nella qualità dell’azione.

Sui numeri. Per quanto la massa di commenti, testi, letture, interpretazioni, scambio di idee o di frecciate polemiche sul vino naturale/artigiano – sul web - sembri indicare il contrario, le proporzioni reali del mercato, vale a dire i rispettivi volumi di vendite, sono infinitamente a vantaggio del vino chiamiamolo rozzamente mainstream. Vogliamo dire 90 su 100? Se le percentuali non sono queste, poco ci manca.  

Sulla qualità dell’azione. La dignità sarà la stessa; non lo è ciò che non si può misurare in termini di prestazione, di costi, di prezzi, cioè di mercato. Piaccia o meno ai manager del vino, il vino artigiano esprime e difende valori extra-monetari. Valori ideali, ma non per questo meno concreti e decisivi. Scrive Giacomo Leopardi nello Zibaldone: “Vino. Il piacer del vino è misto di corporale e di spirituale. Non è corporale semplicemente. Anzi consiste principalmente nello spirito ec. ec.” (17 luglio 1827)
Il vino artigiano è anche ciò che non si può misurare; ciò che ha una parte che resiste all’interpretazione; ciò di cui si può stabilire il prezzo, ma non il valore.

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