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Il vino capovolto: una recensione capovolta

di Fabio Rizzari 21 lug 2017 0

Due grandi nomi del vino, Jacky Rigaux e Sandro Sangiorgi, firmano un nuovo libro sulla degustazione.

Affronto Il vino capovolto, appena edito per i tipi di Porthos, da una prospettiva capovolta: non partendo dall’opera, ma dagli autori. Il libro non l’ho letto, quindi sono nelle condizioni migliori per scriverne, dato che di solito gli estensori di recensioni si guardano bene dal documentarsi approfonditamente prima di dare il loro parere.

Devo tuttavia scusarmi, perché non è del tutto vero che io non abbia letto il libro, come pure dovrebbe essere per discettarne: non ho letto il libro integralmente, avendone compulsato le pagine a ritmo sincopato. Approccio che purtroppo non posso fare a meno di avere oggi, qualsiasi volume mi trovi fra le mani. Sarà l’età. Un tempo affrontavo senza sforzo la Recherche, oggi riesco a mantenere la concentrazione al massimo per la lettura di una ricetta di un dolce al cucchiaio.

Gli autori, dunque. Conosco Jacky Rigaux da molti anni, siamo stati insieme a visitare diversi domaine della Borgogna e l’ho sempre trovato una persona solare, con un cuore grande così; l’opposto del critico ombroso, sulle sue, che trova sempre qualcosa su cui puntualizzare.

Suo il corpus principale della pubblicazione, centrato su un consolidato angolo prospettico: il vino industriale omologa profumi e gusti, quello vero è il testimone fedele della terra – di più, del singolo cru – dove nasce, e ha un sapore che è possibile distinguere da quello del vino che nasce dalla vigna vicina. Da questo discendono critiche più o meno velate all’approccio prestazionale di una bella fetta della critica d’Oltreoceano, al loro sistema di notazione centesimale, all’enologia iper-interventista e compagnia cantante. Tutto massimamente condivisibile. Bonus, le frequenti citazioni del suo vecchio e venerato maestro Henri Jayer, che da sole valgono per me oro, platino, incenso, mirra, palladio e altre sostanze preziose.

Conosco e stimo Sandro Sangiorgi da più tempo ancora. Siamo vecchi compagni d’armi, abbiamo lavorato insieme all’epoca della co-edizione Gambero Rosso/Slow Food della guida I Vini d’Italia, “quando le selve del Pleistocene rendevano impensabile un esercizio ferroviario a largo traffico”. I suoi numerosi talenti sono noti a tutti nel settore, non li enumero e del resto non voglio farne un ritratto encomiastico. Basti uno per tutti: la trascinante energia che Sandro profonde durante i suoi incontri di degustazione. Un’energia fotonica, che gli sgorga da una qualche profondità insondabile e che gli consente di catturare l’attenzione del più assonnato e refrattario degli ascoltatori. Un’energia che dovrebbero studiare all’ENEA, Energia Nucleare ed Energie Alternative.

Come scrittore Sandro è altrettanto ispirato, anche se la sua prosa è qua e là percorsa da una vena meno vulcanica e – per compensazione – più meditativa, filosofica, a tratti malinconica (il sottotitolo della sua celebre rivista, Porthos, recita del resto “ribelle, nobile, disperato”).

La seconda parte de Il vino capovolto raccoglie dunque alcuni suoi scritti didattici, di stile asciutto quando non direttamente puntillista. Spesso brevi illuminazioni di mezza pagina, torsi michelangioleschi appena abbozzati e per questo affascinanti. Molto bella, tra le altre, la pagina “sinestesie”, con la quale trovo una peculiare consonanza.

Una lettura caldamente raccomandabile, quindi: che raccomando caldamente anche a me stesso di completare appena possibile.  

Il vino capovolto
La degustazione geosensoriale & altri scritti

di Jacky Rigaux e Sandro Sangiorgi
Porthos Edizioni
pp. 148
euro 15

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