il BOTTIGLIERE Riflessioni

Il tempo cambia i vini e anche i degustatori

di Fabio Rizzari 05 gen 2018 4

Qual è il punto di equilibrio tra coerenza critica ed evoluzione del gusto?

Il lento lavoro del tempo cambia i vini, che passano dall’esuberanza – talvolta scontrosa – della gioventù alla pienezza della maturità, per arrivare alla decadenza della vecchiaia e alla dipartita dell’ossidazione conclamata. Faccio notare a margine che il lento lavoro del tempo cambia, incidentalmente, anche tutto il resto: persone, animali, fiori, frutti, città, oggetti minuti e minutissimi; perfino, sebbene suoni inverosimile, uffici in apparenza inalterabili quali il Pubblico Registro Automobilistico (PRA).

Non si vede dunque per quale ragione non debba mutare pure la prospettiva critica di chi il vino lo assaggia e lo valuta.
Non lo scrivo oggi, in epoca di revanscismo dei vini rurali e artigiani inverso i vini lussuosi e “esclusivi”. Ho iniziato a dirlo molti anni fa. Trascrivo infatti dall’introduzione della guida dei vini espressica, edizione 2009, uscita quindi nell’Anno Domini 2008:  

“Se cambia il mondo della produzione non si vede perché non debba cambiare il giornalista che rende conto di questo cambiamento. Non abbiamo difficoltà ad ammettere che il nostro metro di giudizio evolve man mano che evolve la nostra conoscenza del vigneto italiano, dei suoi prodotti, dei suoi progressi storici. Sarebbe anacronistico, oltre che ingiusto, valutare un vino italiano attuale con gli stessi criteri che usavamo cinque o dieci anni fa. È onesto ammetterlo, così come è importante sottolineare che i criteri di analisi rimangono definiti e privi di compromessi, oggi come cinque o dieci anni fa.”

Pensavo e ripensavo a tutto questo venerdì 15 dicembre scorso, quando un amico ha portato alla tavola il Barolo Ciabot Mentin Ginestra 1999 del compianto Domenico Clerico. Un rosso al quale Ernesto Gentili e io demmo, nella prima edizione curata da noi della suddetta guida (2003), il punteggio pieno di 20/20. Ne ho parlato di recente in un post di qualche mese fa

Un vino che ho bevuto tre o quattro volte negli ultimi tre lustri. Come l’ho trovato? L’ho trovato in forma, ancora saldo sulle sue gambe, molto espressivo. Ma oggi lo giudicherei in maniera differente. Per puro gioco, ecco come potrei ricostruire tre diverse schede su questo stesso Barolo, in base all’evoluzione del mio punto di vista critico. Superfluo annotare che, come il tempo ha cambiato il degustatore, così ha cambiato anche il vino.  

Barolo Ciabot Mentin Ginestra 1999 Domenico Clerico, lettura del 2003
Bellissima ampiezza aromatica, un ricco ventaglio di analogie si propone con energia esuberante al bevitore; palato energico e misuratissimo, tannini abbondanti ma maturi, finale dolce e intensissimo. 
20/20

Barolo Ciabot Mentin Ginestra 1999 Domenico Clerico, lettura del 2010
Potente all’olfatto, sospinto da una vena alcolica rimarchevole, ha toni di rovere nuovo marcati però non tirannici, dato che lasciano esprimere al vino note di catrame, violetta e menta; del tutto in linea il gusto, fittamente innervato da tannini sodi e compatti, saporito, abbastanza dinamico nonostante la mole estrattiva; molto lungo.
18.5/20

Barolo Ciabot Mentin Ginestra 1999 Domenico Clerico, lettura del 2017
Ancora vivo nel colore, non si affacciano ancora le tonalità granato/aranciate dei Barolo più maturi. Al naso ha poderosa spinta alcolica, in un quadro aromatico tuttavia sfaccettato, ricco di chiaroscuri (note floreali intrecciate a sentori più “scuri” di terra, tabacco e sottobosco). Il legno, che pure è percettibile, ha stemperato la sua baldanza adolescenziale e risulta attenuato. Molto balsamico in bocca, l’alcol e il timbro di rovere ne frenano lo slancio, ma i tannini si confermano maturi e saporiti.
18/20

Il tempo dunque cambia anche il degustatore, a patto che la sua visione critica – forte o debole che sia in partenza – abbia onestà di base. Se non ne ha, non si danno cambiamenti reali ma semplici modifiche stagionali dettate dall’opportunismo del mercato: oggi va il vino barricato, perciò dàlli contro i Grignolino e i Bardolino; domani “tira” il vino naturale, perciò dàlli contro i rossi di Bolgheri o i Bordeaux.

Quelli che scrivono sul vino in questa evidente malafede non li considero colleghi e non li frequento; e se l’ho fatto in passato me ne dispiaccio. A proposito di tempo, per dirla con Jung: “Non rimpiango le persone che ho perso con il tempo, ma rimpiango il tempo che ho perso con certe persone”. 

 

 

COMMENTI (4) AGGIUNGI UN COMMENTO



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amadio ruggeri
5 gennaio 2018 10:12 Mi pare evidente che l'evoluzione del tuo punto di vista critico vada di pari passo con l'evoluzione di un determinato vino, in questo caso il Barolo di Clerico. Assaggiato in tre momenti diversi, per forza di cose darà tre sensazioni diverse, e di conseguenza tre schede e tre punteggi diversi. Forse sono io un po' duro di comprendonio, ma non riesco a cogliere il punto chiave del tuo ragionamento.
Fabio Rizzari
5 gennaio 2018 12:27 Il punto chiave è che un vino come questo, che un tempo mi sembrava stupefacente e unico, mi sembra oggi - al netto dell'evoluzione del vino stesso: quindi coinvolgendo la memoria dei primi assaggi - un vino buonissimo, ma come molti altri vini buonissimi. L'ho definito un cambiamento della prospettiva critica, e mi sembra un concetto chiaro.
Constanza
6 gennaio 2018 15:21 Non sarebbe anche il fatto che da quello tempo la qualità dei vini è stato una cosa molto più ‘universale’ che anche l’esperienza di un degustatore professionale ne sento l’impatto?
VOCATIVO
8 gennaio 2018 16:50 Un vino buonissimo che però non la intriga più. Mi chiedo se il superlativo non sia a sua volta un riflesso inconscio di quel 20/20. Forse senza quel 20/20 di 15 anni fa il suo giudizio sul Ciabot Mentin Ginestra non lo porterebbe nemmeno ai 18/20 di oggi. In ogni caso, questione di virgole: il concetto è chiaro.