il BOTTIGLIERE Degustazioni

Il mistero dei produttori irreperibili

di Fabio Rizzari 29 lug 2017 0

Un originale rosso sardo appare sulla tavola, mentre resta inafferabile il suo autore.

I produttori di vino sono esseri fortunati e li invidio. Non dell’invidia sana che nasce dall’ammirazione: proprio di un’invidia rancorosa. Ma, in quanto appartenenti all’orrida razza umana, anche essi non sfuggono all’ampio repertorio di limiti, difetti, bizzarrie, storture, abiezioni, che è connaturato al nostro poco invidiabile status di specie più indegna del pianeta.

Ci sono quelli che si credono Giulio Cesare, e sono moltissimi, che facciano vini buoni, eccellenti o mediocri. Ci sono quelli che badano principalmente alla pecunia, e sono la maggioranza; del resto, come dargli torto? Ci sono quelli che girano il mondo per capitalizzare la loro briciola di celebrità nel settore, pavoneggiandosi un giorno in un convegno come “il mercato dei vini spumanti nel mare di Bering” a Boston e il giorno dopo guidando una degustazione di bianchi maltesi a Verona.

Ci sono quelli che si risentono aprioristicamente e covano per decenni un rancore sordo verso colleghi, clienti, enotecari, giornalisti, parenti stretti e lontani; con pretesti insignificanti.

Ci sono quelli che si rendono irreperibili, nelle più aggrovigliate varianti del caso: autoisolandosi in un eremo ad allevare capre, eliminando l’uso del telefono e del citofono, rendendo un rebus labirintico raggiungerli in qualsiasi forma: in auto, a piedi, a dorso di mulo, con l’aiuto di guide alpine, con l’elisoccorso, con l’impiego di medium che traggono informazioni immateriali da una foto o da una ciocca di capelli.

Come è ovvio ci sono anche quelli felici, rilassati, comunicativi, affabili, con un cuore grande così: “risolti”, come direbbe uno psicanalista. E sono per fortuna numerosi.  

La variante dell’assenza universale è quella abbracciata da Gianfranco Manca, inavvicinabile vignaiolo sardo. Manca, appunto: saepe nomina conveniunt. Conoscenti fidati mi assicurano di averlo visto – o comunque intravisto – almeno una volta: nel fitto di una boscaglia o dietro una roccia, nella luce incerta dell’alba.
Ma si tratta di avvistamenti non confermati.  

Produce vini che definire originali è perfino riduttivo. A cominciare dalla scelta dei nomi, che a quanto mi risulta sono pensati per essere attribuiti a un singolo vino di una singola annata: Alvas, Però Tankadeddu, Su chi no’nau, C.C.P. e altre amenità criptiche, comprensibili solo al loro artefice.

Anni fa, in epoca guida espressica, premiammo un rosso eccellente, il Pikadé, che come le sue altre realizzazioni pensavo rimanesse un unicum: “C’è un solo Pikadé, o amici”. Per questo sono rimasto sorpreso l’altro ieri, mangiando splendidamente presso la raccomandabilissima Osteria del Borgo di Cesano, nel trovare in carta un nuovo Pikadé, con un’altra etichetta. Essendo credo un vino da tavola, non ha l’obbligo di riportare l’annata, ma a giudicare da alcuni piccoli numeri laterali questa bottiglia doveva provenire dalla vendemmia 2014.

Beh, che lo possino. Mi è sembrato perfino più folgorante del Pikadé di qualche anno fa: la prima bordata è della volatile, che avvolge le narici in una nuvola pungente. Poi il panorama si illimpidisce e viene fuori un rosso luminoso, profondo, agilissimo nonostante la zavorra alcolica di 14,5 gradi, dai tannini puntiformi e dalla forza di trazione inarginabile. Davvero magnifico.

Il produttore può restare un mistero insondabile, che la scienza forse scioglierà in un lontano futuro. Ciò che importa è che vini così siano visibili a tutti. E bevibili da tutti.

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