il BOTTIGLIERE Le parole del vino

Il linguaggio del vino: attenzione agli estremismi

di Fabio Rizzari 14 nov 2018 1

Ovvero come si scrive di vino per farsi capire e come si scrive di vino per NON farsi capire.

Sono stato invitato da Roberto Dessanti, Presidente dell’AIS sarda, a tenere un seminario su “le parole del vino” alla fine di questo mese. La fase di preparazione dell’incontro mi sta portando a una rinnovata riflessione sulla lingua usata nel settore per parlare di vino. O meglio: sulle lingue, dal momento che le declinazioni stilistiche della scrittura, con il moltiplicarsi dei media, sono numerosissime.

Non potrò esimermi dal proporre il mio solito repertorio di guitto citando l’ampia raccolta di perle (“una delle cantine più modernamente attrezzate del meridione, a cominciare dalla moglie Giovanna”) che ho collazionato nei decenni di lavoro redazionale nel settore. Ma, a costo di spiazzare i lettori che da tempo mi considerano un autore di calembour e un innocuo battutaro, “mentre le riflessioni profonde sul vino sono altre”, aggiungerò una sezione speciale “seria” sulle derive opposte del linguaggio vinico: il cazzeggio giovanilistico da un lato e l’approccio sacrale/ermetico dall’altro.

Non sfuggirà infatti agli osservatori più attenti che la comunicazione sul vino si sia polarizzata, desertificando il territorio intermedio: il Polo Nord dei sacerdoti imperscutabili del vino, profondi come una grotta appenninica, perspicui quanto Hegel e Wittgenstein messi insieme, sapienti come Solone; e il Polo Sud del “sottraiamo il vino al gergo degli specialisti e rendiamolo cool”.

Entrambi gli approcci hanno, in tutta evidenza, dei pregi. Togliere ampollosità professorale in favore di un modo scanzonato, confidenziale, diretto, fa bene a migliaia di neofiti - soprattutto giovani -  che vengono respinti dal tono egoriferito dei cosiddetti esperti. Simmetricamente, approfondire le molteplici implicazioni culturali, antropologiche, sociologiche, filosofiche, ortopediche del vino aiuta il lettore ad addentrarsi nell’iridescente complessità della materia. Perciò non potrei sognarmi di condannare al priore, come diceva Totò, uno dei due estremi.

Mi limito a osservare che, pregi a parte, nei due criteri prevale per me un elemento scarsamente funzionale, quindi una sostanziale inefficacia della comunicazione.
Non funziona molto se il vino viene ridotto a oggetto depotenziato, privato della miriade di rimandi percettivi e culturali che porta con sé. “Fico ‘sto vino” va bene, ma non esaurisce consolatoriamente il tutto.
Non funziona molto se il vino viene avvolto da una nuvola opaca di svisceramenti teorici concettosi, inconsapevolmente – o peggio volutamente – oscuri.

Alcuni estensori, infatti, pare confondano la banalizzazione con la semplicità; altri la complicazione con la complessità. 

Quanto, oh quanto è bella invece la lezione di chi approfondisce realmente, magari a livelli accademici altissimi, e allo stesso tempo si fa capire attraverso un linguaggio piano, trasparente, lineare.

Un aneddoto, a questo proposito, può tornare utile. Tre anni fa, in occasione della manifestazione Pordenonelegge, che si tiene guarda caso a Pordenone, l’amico e collega Giampaolo Gravina mi ha proposto di andare a sentire la conferenza di Roberto Esposito, uno dei maggiori filosofi contemporanei non soltanto italiani, ma mondiali.
Mi sono disposto all’appuntamento tra curiosità e timore preventivo di un robusto sfrangimento di coglioni. Capirai, una conferenza di filosofia contemporanea. Ho trascorso invece un’ora e mezzo in entusiasta ascolto di una prosa limpida, decantata di ogni tecnicismo inutile, di rara purezza espressiva*. 

“Cazzo”, ho commentato rozzamente con Giampaolo, “questo filosafo esprime con assoluta semplicità concetti di grande complessità, una dote rara". Giampaolo mi ha risposto: “lèggiti una qualche sua opera, scrive in maniera altrettanto chiara”.

In un mondo ideale, dunque, sarebbe bellissimo che chi vuole rivolgersi ai lettori in modo semplice sapesse farlo senza banalizzare. E chi vuole rivolgersi ai lettori in modo complesso sapesse farlo senza risultare criptico, snob, contorto, intellettualistico.

* riporto, a titolo di luminoso esempio scritto, qualche paragrafo dell’introduzione del libro di Esposito Le persone e le cose (Einaudi, 2014). Sperando vivamente di non sforare il limite consentito per riportare brani di un volume nei termini legali:

Se c’è un postulato che sembra organizzare l’esperienza umana fin dai suoi primordi, è quello della divisione tra persone e cose. Nessun altro principio ha una radice altrettanto profonda nella nostra percezione, e anche nella nostra coscienza morale, quanto la convinzione che non siamo delle cose – dal momento che le cose sono il contrario delle persone. Eppure ciò che ci appare un’evidenza quasi naturale è l’esito di un lunghissimo processo di disciplinamento che ha percorso la storia antica e moderna modificandone i contorni. (…)

Il mondo della vita risulta tagliato da uno spartiacque che lo divide in due zone definite dalla loro opposizione reciproca. O si è al di qua di esso, tra le persone, o di là, tra le cose, senza nessun segmento intermedio che possa congiungerle. Eppure gli studi antropologici raccontano una storia diversa, ambientata in società in cui persone e cose fanno parte del medesimo orizzonte al punto non solo di interagire, ma di integrarsi a vicenda. Piú che meri strumenti, o oggetti di proprietà esclusiva, le cose costituiscono il filtro attraverso il quale uomini, non ancora modellati dal dispositivo della persona, entrano in relazione tra loro. Connessi in una pratica che precede la segmentazione della vita sociale nei linguaggi separati della religione, dell’economia, del diritto, essi vedono nelle cose degli esseri animati in grado di influire sul proprio destino e dunque meritevoli di cura particolare. Per cogliere il profilo di queste società non bisogna guardarle dal lato delle persone né da quello delle cose, ma dall’angolo di visuale del corpo. È proprio questo, infatti, il luogo sensibile in cui le cose sembrano interagire con le persone, fino a divenirne una sorta di prolungamento simbolico e materiale. (…)

Ciò che, nell’epoca del suo tramonto, sembra profilarsi è una incrinatura del modello dicotomico all’interno del quale il mondo delle cose è stato a lungo contrapposto, e sottoposto, a quello delle persone. Quanto piú gli oggetti tecnici incorporano, con il sapere che li ha resi fungibili, una sorta di vita soggettiva, tanto meno è possibile schiacciarli in una funzione esclusivamente servile. Allo stesso tempo, attraverso l’uso delle biotecnologie,   quelle che un tempo apparivano monadi individuali, possono includere dentro di sé elementi provenienti da altri corpi e perfino materiali inorganici. In questo modo il corpo umano diventa il canale di transito e l’operatore, certo delicatissimo, di una relazione sempre meno riducibile a una logica binaria.”


Eccetera. Certo, ci sono qua e là termini più "alti" (dicotomico, monadi, e simili), e ci mancherebbe pure che un filosafo rinunciasse del tutto al lessico filosofico. Ma il tutto è cristallino come acqua di fonte. Complimenti.

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VOCATIVO
22 novembre 2018 13:37 Com'è bello parlare di vino per parlare d'altro! E viceversa.