il BOTTIGLIERE Riflessioni

Il Chianti e il vecchio vinaio di Piazza Capranica

di Fabio Rizzari 07 giu 2017 0

Come spesso succede, bottiglie antiche parlano una lingua diversa da quella di oggi.

Ogni città, cittadina, paese, frazione d’Italia conta i suoi wine bar. Entri e ti serve un gestore di wine bar, o wine expert. Prima invece c’erano le vinerie e chi vendeva vino si chiamava vinaio.

Il vecchio vinaio di piazza Capranica, a Roma, era un personaggio bizzarro, o così me lo ricordo io. Stava a fianco di ciò che rimane del glorioso Teatro Capranica, uno dei più antichi teatri d’Italia e del mondo, attivo dal 1679 al 1881, poi più mestamente sala cinematografica, oggi ancora più mestamente centro convegnistico.

Sul finire degli anni Novanta, indifferente e anzi ostile alle mode dell’epoca, il vinaio di piazza Capranica era fiero di esibire interi scaffali di vecchie annate di Barolo (Borgogno, Rinaldi, Fontanafredda), affiancati da curiosi flaconi di Spanna pluridecennali (memorabile un suo 1955), misteriosi elixir bulgari, bottigliette mignon.

Mi pare di ricordare che fosse scettico sui vini in voga allora, a cominciare dai cosiddetti Supertuscan. Aveva un carattere deciso e qualche sfumatura di tranquilla follia. Se uno tornava in negozio a esternare il proprio disappunto dopo la stappatura di una bottiglia infelice che lui aveva consigliato, si stringeva nelle spalle e chiosava in maniera incontrovertibile: "Sì, magari non era un granché, ma di sicuro meglio di un’operazione al menisco".
Impossibile controbattere.

Fu costretto a chiudere l'enoteca – si vociferava a mezza bocca che i locali fossero dell’onorevole, onorevolissimo Giulio Andreotti, il quale a un certo punto li destinò ad altri usi; voci non verificate – e spostò il tesoro di venerabili cru in un negozietto verso Viale Somalia, nella semiperiferia a nord della Capitale. Dopo qualche anno chiuse anche quell’attività.

Io feci in tempo a comprare da lui qualche bottiglia particolare; non quante avrei dovuto, dati i prezzi bassi e la rarità delle etichette: un Barbaresco Borgogno 1958, un Fara 1971 (o 1974), un Chianti Villa Antinori 1979, e simili.

L’ultima superstite di quel piccolo lotto di acquisti l’ho aperta pochi giorni fa: un Chianti dall’etichetta illeggibile, vetro verde chiarissimo, tappo minimo (forse due centimetri), livello di colmatura sotto la spalla.

A questo punto uno si aspetterebbe: “buonissimo”. Beh, non proprio. Autunnale, opaco all’olfatto, spento. Però ancora bevibilissimo al palato, fresco di una freschezza delicata: un tocco di acidità morbida, se mi si passa l’ossimoro; ma anche se non mi si passa me ne frego integralmente. Senza toni surmaturi sul fondo né eccessi di tannini né – soprattutto – bordate alcoliche conclusive.

E torno a domandarmi: che cosa hanno a che fare i Chianti Classico di oggi con quel modello produttivo? Non saprei.

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