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I ristoranti di una volta: fenomenologia spicciola

di Fabio Rizzari 09 gen 2019 2

Si può sfuggire ai locali modaioli e non finire per forza in trattoria? Si può (ma è sempre più raro).

Per quel poco che ne so l’offerta gastronomica italiana che non rappresenti una semplice trappola per turisti si concentra su tre tipologie: il locale moderno nelle sue varie declinazioni, quasi sempre promosse con termini inglesi irritanti: lounge restaurant,  brunch, lunch, aperitif dinner, non-tipping restaurant, oyster bar, smoked grill by Neal. Poi o meglio per primo il ristorante di haute cuisine, quando ci riesce stellato. E infine l’osteria/trattoria, nella doppia declinazione del posto davvero tradizionale e – credo ormai ben più numerosa – del posto nuovo ammiccante alla tradizione negli arredi e nei piatti.  

Negletto, sempre più spelacchiato, esiste un quarto genere, che chissà perché esercita su di me un fascino magnetico: il ristorante un tempo famoso e frequentato, e oggi più o meno nobilmente decaduto.
Si riconosce da alcuni indizi ovvero stilemi comuni:

- tipi di carattere dell'insegna e del menu vecchi almeno di tre decenni, ma di solito più datati (spesso risalenti agli anni Settanta)

-  arredi vecchi di almeno tre decenni, con alcuni sporadici inserti meno polverosi (qualche lampada, qualche interruttore) a segnalare un tentativo di rinnovamento marginale occorso negli anni  

- quadri ovvero croste alle pareti (soggetti: quasi sempre paesaggi) protetti dal vetro e con cornici in metallo

- camerieri in giacca bianca più grande di due o tre taglie del normale, perciò dalle maniche che arrivano all’incirca fino alle nocche delle mani; accessorio sempre più raro, ma significativo, il tovagliolo che pende sul braccio sinistro

- porte a soffietto in legno

- bagni distinti in maschili e femminili da placche raffiguranti un gentiluomo ottocentesco con il cilindro in testa e una gentildonna ottocentesca con gonna a crinolina ( o semplicemente da un cilindro e da un paio di guanti)

Più altri tratti peculiari variabili. Nella categoria posso citare, a puro titolo di esempio, Alla Borsa di Valeggio sul Mincio (ma non ci torno da vari anni, magari nel frattempo è stato ristrutturato) e da Ignazio a Venezia (ma non ci torno da vari anni, magari nel frattempo è stato ristrutturato).
Ora, generalizzo: di solito mi trovo molto bene in posti simili.

Sabato scorso un’amica ci ha fatto conoscere un campione della tipologia, Bassetto a Ferentino. Un tempo celebre al punto da essere mèta di pellegrinaggio a pullman interi di gente, con tanto di foto di personaggi celebri alle pareti (a cominciare dal leggendario Nino Manfredi, che era di Castro dei Volsci, paese a poca distanza), oggi realizza quasi un en plein nella spunta degli stilemi elencati più sopra. A parte una rinfrescata generale di contorno (porte trasparenti scorrevoli moderne, qualche faretto).

Ci ho mangiato benissimo. Specialità del posto, pasta all’uovo fatta in casa (fili qualcosa), formaggio sulla griglia con carciofi fritti, magnifico polletto alla sofia (salsa di pomodoro tirata con acciughe), verdure fresche e ingolfante gelato finale, anch’esso fatto in casa.

E il vino? E il vino faceva la consueta parte del comprimario, come sempre in posti simili: qualche decina di etichette, tutte onorevoli e tutte telefonate. Abbiamo scelto un ottimo rosso che – ammetto – non conoscevo ancora, il Cerasuolo di Vittoria 2014 della nota e sempre affidabile azienda Planeta: profumato di capperi e amarena candita, sapido, scorrevole, di buon succo al palato, di grana tannica piacevole e dal finale in contenuta ma piacevole progressione.
Viva il quarto genere.

COMMENTI (2) AGGIUNGI UN COMMENTO



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Radici
9 gennaio 2019 14:51 Anch'io, anche se ho "solo" 30 anni, entro in ristoranti del quarto genere incuriosito e fiducioso che mangerò bene. Di solito provo un misto tra una certa tenerezza verso qualcosa di così (inconsapevolmente?) demodé e insieme una nostalgia di un passato non vissuto, appartenente più ai miei genitori o nonni, in effetti. Un ristorante così dalle mie parti è il "grappolo d'oro" a Canelli. Pieni anni 70. Demodé da morire, ma un esempio di servizio alberghiero impeccabile.
Aristide
13 gennaio 2019 18:56 Condivido pienamente.. io li considero imprenditori “eroici” che con coraggio ed umiltà hanno saputo tenere duro anche nei peggiori momenti, come se il loro mestiere non fosse un semplice lavoro, ma quasi una missione. Bravi ! Confermo anche il borsa di Valeggio S. M. Dove ancora oggi si posson degustare i migliori tortellini fatti da loro stessi! Bravo Alceste e bravissima la Signora! Potrei segnalare anche da Renato a Vago di Lavagno VR è ottimo pesce e Alla Posta Vecia di Caldiero.