il BOTTIGLIERE Degustazioni

I misteri di Bordeaux

di Fabio Rizzari 01 dic 2017 0

Una tavolata di vecchi colleghi, un nuovo progetto editoriale, un paio di misteri gloriosi sul rosso più iconico del mondo.

Non si tratta di un libro giallo né di un rito religioso, anche se in italiano il termine mistero deriva direttamente dal termine che indicava la “celebrazione di riti d’iniziazione” nel mondo dell’antica Grecia. Si tratta di aspetti a tutt’oggi poco chiari e spiegabili del vino rosso più iconico del pianeta, il Bordeaux (o claret, come lo chiamano da tempo immemore gli anglosassoni).

Ne parlavamo mercoledì scorso, quando in una Firenze piovosa ci siamo riuniti tra vecchi colleghi di lavoro per gettare le basi di un nuovo progetto – degustativo e probabilmente editoriale – del quale scriveremo presto.

Come di solito accade in queste occasioni, quando si ha come pretesto il parlare di lavoro ma nei fatti si aspetta di mangiare e di bere, ognuno di noi ha portato una o più bottiglie. Rimarco in ordine casuale:

- la bontà del Cénno 2015 Colle Bereto, Pinot Nero di particolare grazia, sapido e fruttato, senza toni amarognoli, davvero buonissimo (e poi uno va a cercare negli angoli più astrusi d’Italia Pinot Nero all’altezza);

- la rustica espressività del vecchio Uis Neris Borc Dodòn (suona come un’imprecazione ma è il nome di un rosso friulano) di Denis Montanar del 2001, un assemblaggio con del merlot e del cabernet che aveva ancora una sua vitalità al palato, e una peculiare, fortissima, quasi squillante nota di zenzero;

- l’austera, anzi severa riservatezza di uno Gevrey Chambertin Les Cazetières 2002 di Bruno Clair; bottiglia forse non del tutto a posto, comunque piuttosto opaca nello sviluppo aromatico e di rigidezza vetrosa al gusto;

- la squisita delicatezza di frutto e di tocco al palato di un Arbois Trois Cepages 2013 del Domaine Pélican (risultato alla fine il rosso della giornata);

- la grande, energica freschezza di uno Château Pape Clément 1988, un vino ancora saldo sulle sue gambe, vitale, tonico, a quasi trent’anni dalla vendemmia.

Proprio quest’ultimo rosso ha acceso la tavolata e la conversazione. Il Gentili ha saggiamente e acutamente annotato: “il mistero dei rossi bordolesi è che hanno freschezza senza particolare acidità”.
Ecco, questo è proprio il mistero principale. Da bevitori siamo abituati a un’associazione di idee automatica: se c’è freschezza, allora vuol dire che c’è acidità. Eh no. Il rosso di Bordeaux smentisce e revoca in forse, come direbbe Giampaolo Gravina, questa convinzione.

I rossi bordolesi offrono al bevitore un sorso di freschezza da menta glaciale, soprattutto come sensazione conclusiva, e poi, se si va a vedere gli aridi dati analitici, hanno quasi sempre un’acidità totale non elevata e un pH abbastanza alto.  

Gli enotecnici avranno di sicuro una valida spiegazione tecnica. Anche se un’autorità come il compianto Denis Dubourdieu alla domanda sul mistero di questa freschezza mi rispose un giorno in misura altrettanto misteriosa: “Dipende dall’acqua. Qui a Bordeaux abbiamo per fortuna molta acqua”.

Un altro mistero bordolese, stavolta più circoscritto su un piano geografico, è il perché qui in Italia non godano della fama e del successo che meriterebbero. Alla tavola un collega affermava, non senza fondamento, che “dipende molto dai prezzi folli dei rossi più famosi”. Vero, la percezione comune è che si tratti di vini inaccessibili economicamente; e i Premier Cru lo sono senz’altro.

Ma Bordeaux è anche un territorio quasi senza confini e solo in piccolissima parte esplorato dagli enofili italici, è un elenco sterminato di piccoli Château poco o per nulla conosciuti che meritano non di rado di essere provati. Ne riparleremo (di tutto).   

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