il BOTTIGLIERE Riflessioni

Grandi vini, vini intermediari e vini comuni

di Fabio Rizzari 07 nov 2018 4

Un altro schema di interpretazione della realtà, non privo di senso.

La contrapposizione tra vino convenzionale e vino naturale è comoda negli scambi polemici, ma è incapace di rendere conto della complessità del reale. La realtà ci tiene infatti – grosso modo dalla fine della rivoluzione neolitica all’inizio dell’Età Antica, intorno al 3.100 a.C. – a eludere tenacemente i tentativi umani di ridurla a uno schema coerente.

Ciò dovrebbe wittgensteinianamente indurre i commentatori – e a maggior ragione i commendatori – del vino al silenzio. Non mi faccio scrupoli, tuttavia, ad aggiungere altro rumore di fondo.

Nella loro recente opera “Le goût retrouvé du vin de Bordeaux”, di cui ho già scritto, Jacky Rigaux e Jean Rosen propongono una diversa suddivisione del mercato del vino. Non tanto tra vino convenzionale e vino naturale, ma tra “grandi vini, vini intermediari e vini comuni”:

“Dall’Antichità, tre categorie di vino hanno sempre coabitato: i grandi vini derivati da una viticoltura costosa; i vini intermediari (detti “sostituti”), cioè i vini tecnologici o tecnici di oggi; e i vini comuni. Come scrive Louis Latour, ‘certo, ciò che viene chiamato oggi vino tecnologico segna punti a suo favore e delle vere e proprie ‘fabbriche di vino appaiono un po’ dappertutto. Ma esse hanno come unica ambizione soddisfare un consumo comune, che occupa tradizionalmente la maggioranza delle superfici dedicate alla vigna.”

“Il miglioramento del livello di vita rende oggi il consumatore più esigente. Egli si allontana dai vini ordinari a favore dei vini tecnologici, prodotti in massa e a basso prezzo, ma che hanno l’immenso merito di essere liberi dai difetti che presentavano i vini comuni del passato.”

Questa prospettiva, in tutta evidenza, spariglia le carte. Un vino naturale può essere grande – id est i vini dal costo esorbitante del Domaine de la Romanée Conti o del Domaine d’Auvenay – o anche comune. Una categorizzazione che ha il limite di tutti gli schemi rigidi, ma ha allo stesso tempo il merito di affrontare la faccenda, almeno in prima battuta, in misura non ideologica: il cosiddetto terroir non dà grandi vini ovunque; i prodotti tecnologici possono costare anche poco ma hanno una loro dignità per masse ingenti di consumatori.

Fatta gentilmente uscire dalla porta, l’ideologia rientra però dalla finestra. Se l’industria del vino si limitasse a produrre grandi quantità di liquidi ottenuti dalla fermentazione dell’uva, rispettando non solo l’ambiente colturale, quanto soprattutto l’ambiente culturale storico delle aree vinicole tradizionali, non ci si scannerebbe tanto su chi beve cosa. 

Purtroppo, come rimarcano i suddetti autori, l’industrializzazione del vino va di pari passo con – anzi, implica necessariamente – la negazione più o meno implicita dell’intero sistema culturale ereditato dalle zone vinicole più antiche:

(Per produrre molto e ovunque) “Si fa uscire il vino dalla sua dimensione culturale e dal suo luogo di origine per farne un oggetto di marketing redditizio. (…) La dimensione culturale, storica in particolare, è stata, in questo stesso movimento, ridotta a folklore o a leggenda”. Da qui passa la svalutazione dell’idea stessa di terroir, di luogo di nascita del vino, di voce peculiare della terra.

In ogni caso, almeno per il momento “la Francia* ha perduto la guerra del vino industriale da vitigno, ma ha salvato in parte la sua viticoltura di vini fini di terroir.”

Non è una distinzione di poco momento, come diceva un mio vecchio professore di liceo. Non serve a molto accapigliarsi tra vinoveristi e vinconvenzionalisti: è una contrapposizione inefficace. Occorre invece difendere il vino come prodotto colturale e culturale, una delle radici della nostra identità profonda.

* e di sicuro anche l’Italia

COMMENTI (4) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

Pp
7 novembre 2018 11:57 Ciao Fabio, bellissimo post e sono davvero contento che hai usato l'immagine e, in parte, il pensiero di Wittgenstein, il mio filosofo preferito. Ma, per dirla proprio alla Wittgenstein - che definiva sé stesso soprattutto uno studioso di etica, pur interessandosi esclusivamente di logica - la vedo un po' difficile che il vino industriale possa realmente (e non marketicamente) difendere il valore colturale-culturale del vino. È nella natura intrinseca della tecnica e della tecnologia (per dirla, questa volta, alla Galimberti). E non solo, andrebbe anche fortemente dettagliata la “natura della tecnologia”, essendovi differenze enormi, ed anche impatti profondamente diversi, tra tecnologie “meccaniche”, “elettroniche” e “bio”, ad esempio. Per consentire una difesa colturale-culturale del vino, occorrerebbe ripensare completamente i processi economici e, quindi, il rapporto tra uomo e natura. Sembrerà la solita affermazione del piffero, ma gli epocali cambiamenti climatici ci costringeranno presto a ciò, come confermano diversi studi ambientali, definiti apocalittici da una fomentata ignoranza scientifica, benché si tratti di studi redatti e sostenuti da migliaia di scienziati, che si stanno invece rilevando molto più realistici di quanto gli autori stessi supponessero. Tuttavia, presi come siamo, ancora adesso, a pensare che “a lungo termine saremo tutti morti” e quindi conta solo la quotidiana attualità (se Keynes avesse avuto solo una minima idea delle ripercussioni ambientali e sociali dei processi industriali, credo che si sarebbe rimangiato la sua celebre frase), non vedo ancora alcuna chance colturale-culturale nel vino industriale. D’altro canto è anche vero che il vino naturale soffre di una visione troppo romantica e troppo legata ad un senso della tradizione che quasi sempre una più corretta definizione storico-antropologica ha rilevato come "folklore e leggenda". Ma sento (guarda che lo dico scherzando) che è più facile che una bottiglia di vino naturale passi per la cruna di un ago piuttosto che un vino industriale entri nel regno dei cieli! Mi piacerebbe, quindi, un giorno lontano, sapere quali produttori sono finiti in paradiso e quali no! (continuo a scherzare) In conclusione e con un'altra battuta: così come è il Popolo che deve diventare più artistico e non l’arte più popolare, analogamente, è soprattutto il vino industriale che deve diventare più naturale!
Fabio Rizzari
8 novembre 2018 13:09 Grazie Pierpaolo, ho citato Wittgenstein a sproposito in realtà: la sua nota sentenza "di tutto ciò", eccetera, non è proprio da tradurre: "se non conosci un argomento stai zitto". Ma era tanto per ossequiare la lettura classica.
Pp
8 novembre 2018 16:33 No, Fabio, hai citato Wittgenstein a proposito. "La contrapposizione tra vino convenzionale e vino naturale... è incapace di rendere conto della complessità del reale". Hai perfettamente ragione. E wittgenstein ci ricorderebbe, appunto, che è destino della nostra natura umana quello di ingannarci sempre, perché le "parole" non sono in grado di restituire precisamente la realtà (logica, come direbbe lui) dell'universo. D'altra parte, se di alcuni questioni si può solo tacere perché non esiste risposta, quindi, nessuna parola può essere detta, allora posso tranquillamente usare tutte le parole che voglio, ma lo posso fare - e questo dovrebbe essere lo sforzo etico di tutti gli umani - solo con l'umile consapevolezza che, in parte più in parte meno, mi sto ingannando. Più che accapigliarci continuamente, dovremmo imparare a "parlare" come fossimo in un gioco particolare, dove non vince nessuno, ossia, vincono tutti insieme, perché lo scopo di questo gioco è solo quello di avvicinarsi quanto più possibile alla verità.
Baser
8 novembre 2018 18:10 Leggendo il post, ed i commenti tra Fabio e Pp, non ho potuto non notare ancora una volta che... “Il mondo del vino è bello perché apre la mente anche da sobri” (cit.). Grazie ragazzi.