il BOTTIGLIERE Degustazioni

Festa mobile

di Fabio Rizzari 31 ott 2018 0

Quella volpe di Hemingway e un bianco umbro di rara trasparenza espressiva.

“Mentre mangiavo le ostriche, con quel loro forte sapore di mare e quel loro leggero sapore metallico che il vino freddo cancellava, lasciando solo il sapore di mare e la tessitura succulenta, e mentre bevevo da ogni guscio il loro liquido freddo e lo sciacquavo via con il fresco sapore del vino, quella sensazione di vuoto sparì e cominciai ad essere felice e fare progetti.”
Ernest Hemingway, Festa mobile

Uno degli indiscutibili vantaggi del vino è che è double-face, come i cappotti degli anni Cinquanta: serve egregiamente a dimenticare e all’occorrenza anche a ricordare. A togliersi di dosso il peso di un progetto fallito, o ad avere l’entusiasmo per studiarne di nuovi.
A scordarsi in fretta di una telefonata di mezz’ora al call center di Tim da cui si è usciti più incazzati di Dinamite Bla (Hard Haid Moe), o a pianificare un modo ingegnoso per dare fuoco alla sede di Telecom senza essere scoperto.

Tutti i vini hanno questa virtù prodigiosa. Tuttavia una varietà, meglio un modello di vino la possiede in misura sovrabbondante: il bianco puro, senza sottolineature stilistiche (né boisé, né ipermacerato, né dolciastro, né iperfruttato/ammicante, né iperacido), lineare come un tratto di pennarello. Di questo genere se ne potrebbero mandar giù cisterne, se noi umani fossimo fisiologicamente in grado di metabolizzare l’alcol come fosse un qualsiasi nutriente.  

A questa ammirevole categoria appartiene di sicuro il Bianco dell’Umbria Acqua della Serpa di Francesco Annesanti. Un bianco che – a dispetto del nome obiettivamente poco invitante – può affascinare il più navigato e disincantato dei bevitori. Ottenuto da uve varie in purezza (faccina) nei campi vitati presso Arrone, in Valnerina, a un tiro di schioppo dalla scenografica Cascata delle Marmore, nella versione 2016 ha colore giallo giusto – vale a dire non giallo uovo ma nemmeno bianco carta – e profumi limpidi, delicati, privi di accenti marcati. Appena floreali, semmai. Il suo vero punto di forza è il sapore, perfettamente centrato, come un equilibrista sul filo. Stappi la bottiglia, inizi a leggere la prima riga della controetichetta (che riporta in tono umile: “è un vino analfabeta che recita poesie e conosce canzoni a memoria”) e i commensali lo hanno già finito.

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