il BOTTIGLIERE Degustazioni

Fare vino, o dell’impossibile coerenza

di Fabio Rizzari 16 giu 2017 0

Fin dove un produttore può essere coerente con un’idea, al netto delle mille variabili naturali e non naturali?

Bisogna avere il massimo rispetto per chi fa vino: è un’impresa da far tremare le vene dei polsi e delle caviglie. Di solito si pensa a un’azienda vinicola come a un’entità monolitica e coerente: “I vini di Caldobaldi non mi piacciono, sono omologati”; “I rossi di Pronori sono commerciali, tranne un paio”, e simili.

Ora, è vero che di una casa vinicola importante si può a grandi linee individuare una filosofia produttiva, e quindi un modello stilistico (anche l’assenza dichiarata di un modello stilistico, in nome di una radicale naturalità, è nei fatti una scelta stilistica). Però ancora oggi, 2017 inoltrato, in terra italiana è piuttosto rara una reale coerenza; e dico coerenza non già di risultati, ma appunto di stile.

Il sottinteso è: forse in terra straniera una tale coerenza è più facile da rintracciare. Forse. Certamente pretendere una coerenza assoluta è in piena contraddizione con l’impossibilità – dagli esiti poetici e talvolta disastrosi – di dominare tutte le infinite variabili della produzione di un vino.

Parlo invece di una coerenza relativa. La coerenza, ad esempio, di un Gauby, i cui rossi possono essere da terreni diversi, di ambizioni diverse, di strutture diverse – agli estremi, il carnoso e strutturato Muntada e l’agile Les Calcinaires Rouge – ma provengono in tutta evidenza da un’idea di vino coerente.

Da noi, dopo aver calcolato e tolto dall’equazione le differenze di terroir, di tipologia, di annata etc. etc., troppo spesso si deve constatare una certa confusione di idee da parte del produttore. Quando non un evidente doppiopesismo, nei casi in cui all’interno della stessa gamma di etichette alcune si rivolgano chiaramente a un pubblico ancien régime (vinoni superconcentrati e superboisé), e altre ammicchino a un pubblico gggiovane (vinelli di viperina acidità).

Queste congetture – di frutta – facevo ieri assaggiando la linea produttiva della Tenuta Bastonaca, un’azienda sicula che si trova nella contrada omonima presso Vittoria, in provincia di Ragusa. I prodotti, quale più quale meno, sono apprezzabili e consigliabili, ma io almeno non riesco a rintracciarne un’idea di vino coerente. Ecco le note di assaggio, con relativo saliscendi di valutazioni:

Grillo 2016
Naso amilico, poi più fruttato, qualche sfumatura un po’ saponosa; bocca sfuggente, non incisiva, toni secondari di zucchero filato.
79

Frappato 2016
Di colore rosso ciliegia chiaro, molto rinfrescante e balsamico, lampone e visciola, senza alcuna inflessione surmatura né al naso né al palato, anzi scattante e succoso, con scodata finale addirittura acida. 
89

Nero d'Avola 2016
Nerastro/violaceo, melanzana, naso in violentissima riduzione, tenace, restìa a sciogliersi anche dopo mezz’ora (per la verità, anche dopo diverse ore); sapore nettamente migliore, scattante e saporito, bel timbro di mora matura. 
Naso da 50, bocca da 90

Cerasuolo di Vittoria 2015
Molto carico al colore, naso caldo, più largo che teso, con note mediterranee di oliva nera e gariga; bocca più vitale delle attese, molta materia ma ottima progressione, con bel finale di arancia tarocco. 
88

Sud 2015
Curioso taglio di nero d’Avola, grenache e tannat, è molto concentrato nel colore, alcolico, caldo, statico all’olfatto; il gusto è coerente, qualche cedimento a una terziarizzazione precoce, frutto che ricorda i fichi cotti al forno, finale di acido formico. Forse una bottiglia non del tutto rappresentativa, ma insomma.
78

Etna Rosso 2014
Colore di media intensità, aromi velati, ciliegia sotto spirito, bocca saporita, buon passo, buona dinamica, finale sulla china e il bergamotto (quest’ultimo molto netto).
87



COMMENTI (0) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

Non ci sono commenti