il BOTTIGLIERE Degustazioni

Eppur si muove

di Fabio Rizzari 16 feb 2018 5

Un brillante bianco sembra dare inizio a una nuova fase nel sonnacchioso panorama dei Castelli Romani.

Parafrasando il Frassica di Quelli della notte (1985), oggi posso scrivere: “non è bello ciò che è bello, ma che Bellone che Bellone che Bellone”. Perché finalmente – dopo il sapido Monocromo di Mario Macciocca, il semplice e beverino Stradabianca dei fratelli Trimani, e poco altro – ho provato un bianco degno dell’attenzione di chi cerca bianchi d’autore nel Lazio.

Il post di qualche giorno fa sullo stato dell’arte ai Castelli, severo ma credo giusto, ha suscitato ampie reazioni nel mondo imprenditoriale e politico, sfociate nella chiusura di vari rapporti diplomatici, in interrogazioni parlamentari (da parte di Fratelli d’Italia, sezione Fratelli dei Castelli) e addirittura in manifestazioni di protesta davanti all’ambasciata turca (nell’erronea convinzione che il mio pseudonimo sui social network, Faro Izbaziri, corrisponda a un critico enologico di Ankara).

Per dimostrare a me stesso – e non agli altri, che ritengono di vivere leibnizianamente nel migliore dei mondi laziali possibili – che la regione in cui vivo si muove, prende iniziative, è attiva sul fronte del vino di qualità, ho incontrato il brillante vignaiolo Alfredo Mastropietro, già da tempo autore di pregevoli manufatti quali il rustico ma gustosissimo bianco Uvapane, in quel di San Vito Romano, amministrativamente nel comprensorio di Olevano.

Da poche vendemmie Alfredo ha iniziato, con altri tre amici e sodali, una nuova avventura enologica, che conta su un nuovo nucleo produttivo presso Ariccia, nella terra dei Castelli, a una quindicina di chilometri dal mare o giù di lì. E il primo vino assaggiato, vivaddio, è buonissimo: il Bellone 2016, da uve omonime, unisce a una struttura agile ma non certo debole una delicatezza di tocco, una salinità aggraziata, una nitidezza di frutto davvero rimarchevoli. Il tutto avvolto in un guanto alcolico sottile (12 gradi dichiarati in etichetta).
Ma andiamo con ordine e sentiamo le parole di Alfredo.

Come hai iniziato?
Faccio vino da trent’anni e passa, la registrazione dell’azienda a mio nome risale al 1987. Tengo molto a un’uva particolare, il bellone o cacchione, o uvapane, come si chiama dalle nostre parti. La vinifico dal 1996. Il vino che ne ottengo l’ho chiamato appunto Uvapane perché si tratta del suo nome tradizionale: i contadini che andavano nei campi la mangiavano insieme al pane. È un vitigno antichissimo, molto più ricco di storia del cesanese. Ha almeno 1.500 anni in più di legame con il territorio. La conoscevano i Romani, Plinio la chiamava uva “phantastica”.  

E il nuovo progetto?
È partito quattro anni fa, con tre amici e ora anche soci, Sergio, Massimo e Riccardo. Facciamo vino sia nella mia zona di famiglia, sia nell’appezzamento che abbiamo ad Albano. L’azienda l’abbiamo chiamata Sanvitis.

Qual è l’idea di base?
È coltivare la vigna e fare vino senza uso di prodotti chimici di sintesi, in modo tradizionale e “naturale”, per quanto si possa usare questo aggettivo senza essere equivocati.  
Da questo punto di vista siamo stati fortunati, ad Albano abbiamo trovato vigne vecchie delle varietà classiche del territorio: bellone, malvasia e trebbiano.

Vecchie quanto?
Gli impianti più datati sono del 1972, quindi circa quarantacinque anni.

Il Bellone 2016 è magnifico. Visto che è ottenuto dalla stessa varietà dell’Uvapane, che differenze trovi nella coltivazione e nella vinificazione tra la tua area “storica” e quella nuova?
Beh, quello che nasce dalle mie parti è un’altra cosa sia in termini colturali – la vigna è a ridosso dell’Appennino – che di struttura e peso, dato che in media ha più grado zuccherino e che lo vinifico con una macerazione di alcuni giorni. Il vino dei Castelli è più sottile e “sciolto”, ha meno alcol e un profilo più longilineo. Diciamo che l’Uvapane è pensato per reggere degli gnocchi al ragù di castrato, e li regge eccome. Mentre il Bellone Sanvitis va bene con un piatto di linguine allo scoglio.  

Del Cesanese aziendale scriverò prossimamente. Per il momento è una bella scoperta aver finalmente trovato un bianco castellano all’altezza della fama della terra in cui nasce.

Leggi gli ultimi post di Fabio Rizzari:
Nuvolari e il Lambrusco mantovano
Strozzaquintini e il vecchio bianco di Marino
Un Groppello alla gola

COMMENTI (5) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

amadio ruggeri
16 febbraio 2018 10:02 Grazie Fabio, o Faro (non so come ti piace di più essere chiamato...), finalmente una bella notizia dal fronte dei Castelli. Spero di trovare in qualche enoteca romana il Bellone di Sanvitis, che mi par di capire abbastanza diverso da alcuni Bellone più conosciuti (mi viene in mente Marco Carpineti).
Fabio Rizzari
16 febbraio 2018 12:10 Credo che siano vicini "di vigna" con Carpineti (che è un bravo produttore, come tutti sanno)
amadio ruggeri
16 febbraio 2018 12:33 Carpineti è a Cori però, non proprio vicino a San Vito Romano o Ariccia...
Fabio Rizzari
16 febbraio 2018 14:46 Beh, certo, non nell'area dei Castelli: mi riferivo a quello che mi ha detto ieri Alfredo, che "sono vicini di vigna" nella sua zona d'origine. Cioè da qualche parte nella distanza tra San Vito e Cori (tra i quali corre qualche decina di chilometri); ma forse ho capito male io...
Mirco andreoli
27 febbraio 2018 16:24 Lo assaggero' sicuramente, visto che non ho mai assaggiato questo vitigno. Ho visto che l'azienda produce altri vini con bellissimi vitigni..li hai assaggiati? Posso chiedere in tuo giudizio in merito?? Grazie