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Degustazioni ai Primeurs di Bordeaux 2017, prima parte

di Fabio Rizzari 16 apr 2018 2

Lungo resoconto di viaggio e di assaggio, suddiviso in due puntate.

Gli assaggi e i sopralluoghi nel bordolese per farsi un’idea della vendemmia 2017, organizzati dall’Union des Grands Crus, sono terminati. Nessuna esplorazione sistematica, nessuna copertura a tappeto della galassia di piccoli e grandi Château. Soltanto alcune centinaia di degustazioni e una prima sgrossatura, suddivisa in alcuni capitoletti tematici.

Si tratta in sostanza di un’annata di media qualità. Cioè proprio di quelle che il conoscitore dovrebbe cercare, dacché gli strombazzati “grandi millesimi” sono nei fatti: a) da subito inavvicinabili per il prezzo; b) spesso molto e/o troppo densi e concentrati; c) da attendere, qui, circa un trentennio.

Meglio dunque un petit Bordeaux, a patto che non sia troppo crudo o troppo fitto e duro nei tannini. E la 2017 richiede un discreto slalom, perché a quanto sembra la situazione è polarizzata: o bene bene, o male male. Poco o nulla in mezzo.

Nota bene: la particolarità dei rossi bordolesi sta nel fatto di essere estremamente stereotipati: poche variazioni nell’assetto gustativo, pochissime in quello aromatico. Di qui la ricorrenza ossessiva di alcuni descrittori, tra i quali spiccano “fresco”, “freschezza”, “vegetale” e i parenti stretti “verde” ed “erbaceo”. Tocca avere pazienza. Anche perché svolazzi quali “sfumature di fava tonka” o “note di mormora appena pescata” sarebbero solo una variazione sul nulla.

La conferma di Saint Julien
Dopo alcuni decenni, una certezza si rafforza: l’appellation di gran lunga più costante risulta Saint Julien. Ed è incredibile pensare che a tutt’oggi non conti alcun Premier Cru. Léoville Las Cases, il capofila incontestato, sempre stilizzato e finissimo nei tannini. I migliori altri:

Beychevelle
Bizzarro nell’apertura olfattiva, rosolio e aspirina; bocca abbastanza libera da freni tannici, buon succo, buon finale di mora, sebbene il rovere si faccia sentire.
87

Gloria
Scuro, intenso, pieno di succo, carnoso eppure slanciato, tannini saporiti e lunga persistenza di mora e cioccolato. Eccellente.
92

Gruaud Larose
Intenso, netta sfumatura ematica e di ferrovia (chemin de fer, non nel senso del gioco); tannini finissimi, estrazione magistrale, un altro passo rispetto alla media.
93

Léoville Barton
Lievi sfumature di guarnizione di gomma tolgono finezza allo spettro aromatico; al gusto torna la camicia di forza dei rossi più bloccati dall’azione sinergica rovere/tannini (di pressa), ma ha più slancio e più progressione di molti altri.
88

Saint Pierre
Pulito, erbaceo, non finissimo ma invitante; bocca riuscita, proporzionata, non forzata, ben bevibile, anche di buona grana tannica. Un discreta sopresa, data la caratura storica non proprio elevatissima del cru.
87

Talbot
Pulito, lievi nuance animali gli donano una certa complessità aromatica; denso e focalizzato al palato, frutto presente, tannini di ottima grana, finale lungo e netto.
90

Il meglio degli altri rossi
In ordine sparso, senza parecchi mostri sacri non provati a questo giro. Con un paio di considerazioni: Moulis, Listrac, Margaux, Pauillac, Saint Estéphe contano non pochi vini dai tannini aridi, asciuganti, tirannici al gusto a causa della latitanza del frutto. È altamente possibile che l’impiego di dosi significative di vin de presse abbia dato struttura ai vini ma ne abbia appesantito il sapore.

Cantemerle
Interessante all’olfatto, mora e grafite, su toni vegetali non eccessivi; palato succoso, sciolto, sapido, centrato su un frutto maturo e di bella polpa.
88

Brane Cantenac
Toni più tostati di altri, caffè, spezie; bocca saporita, tornano i sentori empireumatici, leggera vena verde che dona freschezza più che crudezza.
87

Kirwan
Compito svolto con precisione e prevedibilità: pulizia, timbro boisé controllato; palato gustoso, meno appesantito dal legno rispetto ad altri Margaux, anzi piuttosto reattivo.
88

Malescot Saint Exupery
Colorato, intenso, pulito; più sciolto e scorrevole di altri, vivaddio, qui non hanno esagerato con i tannini.
87

Grand Puy Ducasse
Scuro, caffè e cacao; si muove inaspettatamente bene al palato, la costruzione tannica - piuttosto artificiosa - non ne frena l’articolazione.
88

Lynch Bages
Guarnizione di gomma e china, naso ombroso e caratteriale; denso, potente, tannico, abbastanza misurato nell’estrazione, con finale di liquirizia e cioccolato, che prova a sciogliersi un po’.
89

Ormes de Pez
Rovere dai leggeri toni di caramello; migliore al palato, molto fresco, quasi glaciale, abbassa la temperatura del palato meglio di un climatizzatore; tannini di buona finezza, salino, finale da mare artico: vino da bere in agosto, mi garba.
90

Domaine de Chevalier Rouge
Nitido, già piuttosto espressivo, bella grana tannica, curioso e piacevole tono salino, in crescita di focalizzazione e spinta nel finale.
90

Smith Haut Lafitte
Bel frutto di mora e ribes (abbastanza) nero; bella polpa, densità, tannini estratti in modo calibrato, menta piperita in chiusura.
90

La Dominique
Un po’ più a fuoco, più rilevato rispetto alla media; un tono secondario di interiora di cacciagione (come certi vecchi Figeac) rende il profilo meno ovvio; tipicissimo bordolese al gusto, quindi fresco e facile da bere/tracannare.
88

Clos Fourtet
Qualche debole variazione aromatica sullo schema di base: ferro, sfumature ematiche; bocca dai tannini saporiti, lato “scuro” che si conferma anche al gusto; intrigante.
90

Canon La Gaffelière
Impeccabile esecuzione, come al solito: nitido, fresco, sapidino, mentolato: il trionfo dello stile classico, nella sua versione setosa e poco grintosa da “Relais&Château”.
88

Pavie Maquin
Buon naso, tra il cassis e le note di ferrovia (ferro più massicciata); bocca che costituisce una cerniera ideale tra un rosso bordolese e uno del Rodano del nord: sapida, ematica, tannica.
91

Nel prossimo post i bianchi, i liquorosi, le delusioni, le visite nostalgiche (Palmer, Margaux).

COMMENTI (2) AGGIUNGI UN COMMENTO



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Motown
16 aprile 2018 17:54 Mi conferma ciò che pensavo, e cioè che Gloria rimane sempre un buon acquisto (nonostante i detrattori). Da quelle parti lo si trova anche al supermercato per una trentina di euro e in prova se la gioca con molti dei suoi colleghi più blasonati e cari. Chateau...ehm volevo dire Chapeau! :-D
Francesco
17 aprile 2018 08:35 Note sempre molto interessanti. In effetti sembra un'annata in tono minore rispetto a 2016 e 2015 e forse anche rispetto a 2014.