il BOTTIGLIERE Riflessioni

Dalla danza al rugby, e ritorno

di Fabio Rizzari 20 feb 2019 2

Omaggio postumo a un produttore tormentato (e alcune considerazioni su natura e artigianato)

La parabola stilistica di molti Borgogna rossi – al netto delle inevitabili variabili individuali – si può ridurre all’alternanza pluricedennale del moto di un pendolo: dalla diluzione che affligge in media i vini fino ai primi anni 90 del secolo scorso alla progressiva ricerca di concentrazione, densità, potenza che appesantisce in media i vini fino all’annata 2005; per poi giungere a un graduale, salutare ripensamento e ritorno su una silhouette più affusolata, coerente con il genius loci.

Il produttore che forse più di tutti gli altri ha incarnato iconicamente, e drammaticamente, questa decisa virata concettuale e pratica, è stato Denis Mortet, scomparso suicida nel 2006. Dapprima allievo e fan di Henri Jayer, convinto di dover riproporre al mondo la trama rarefatta e pura dei grandi rossi della Côte de Nuits, a metà degli anni 90 si fece sedurre – semplifico rozzamente – dal lato oscuro della forza (estrattiva) e cominciò a firmare vini significativamente scuri nel colore, carnosi e fitti al palato, più materici che aerei. Ciò era avvertibile in modo particolare nei Grand Cru, ma anche i villages non si tiravano indietro quanto a ciccia e masticabilità tannica.   

Intendiamoci, Mortet non prendeva alcuna scorciatoia furbesca: le sue erano concentrazioni naturali, ottenute da rese bassissime in vigna. I risultati però non mi piacevano affatto, complice anche una pressione aromatica del rovere nuovo davvero debordante. Non piacevano a me e a molti altri bevitori dell’epoca.

Negli anni mi sono quindi liberato delle poche bottiglie di Mortet che avevo ancora in cantina, e l’ho mentalmente inserito nella lista dei reprobi. Errore (l’ennesimo). Poche sere fa un amico ha stappato un suo Gevrey-Chambertin Au Vellé 1996 non solo elegantissimo, ma anche libero dalla durezza citrina della maggior parte dei rossi pari annata. Una sorpresa. Soprattutto per il senso di naturalezza che il vino esprimeva da subito.

A proposito di naturale e naturalezza. Trovo la definizione di “vino naturale”, sebbene ormai largamente diffusa e anzi dominante,  non puntuale e non condivisibile. E non per le solite fruste menate “il vino in natura non esiste”, “il vino è opera dell’uomo”, “in natura esiste solo l’aceto”. Tutte verità assodate e di sconcertante ovvietà.

La trovo non puntuale e non condivisibile perché non penso che il mio bene, quello dei bevitori, quello dell’umanità tutta, sia indissolubilmente associato all’idea di natura. La natura fonte di ogni salute? No, per me no. La vedo, si parva licet, come il sommo recanatese:

(…) ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de' mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica
(…)

Certo, inimica è forse una lenticchietta troppo amara come visione. Tuttavia per me la natura si rispetta, si cura, si difende; ma non si ama. O forse, si ama pur temendola. L’empia natura di Leopardi sarà dura da digerire, ma è infinitamente più realistica delle svenevolezze new age o peggio delle bieche idealizzazioni del mercato (il mulino bianco, bio secondo natura, eccetera). La natura è per molti aspetti all’opposto del vino, dell’idea stessa di vino.
Il vino, il vino onesto, il vino vero, è opera artigianale.
Molto più puntualmente.

COMMENTI (2) AGGIUNGI UN COMMENTO



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Stefano
20 febbraio 2019 11:31 Vorrei solo sapere come fai a "liberarti" delle bottiglie che hai in cantina
Fabio Rizzari
20 febbraio 2019 13:22 Semplice: regalandole o barattandole o (più raramente) vendendole tramite una casa d'aste