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Contrordine amici, i vini hanno da essere naturali e poco alcolici

di Fabio Rizzari 26 mag 2017 1

Un editoriale del Wine Spectator getta un macigno nello stagno della produzione “mainstream”.

Rilanciato e commentato dall’ottimo Angelo Peretti, il recente editoriale di Matt Kramer nel Wine Spectator, la più letta – e devozionalmente riverita da molti produttori connazionali – pubblicazione specializzata nel vino del pianeta stimola alcune considerazioni rancorose. Vediamone prima giornalisticamente i punti salienti:

• il futuro del vino è un’”invenzione” recente; prima del 1970 nessuno pensava a come sarebbe stato il mondo del vino nei decenni successivi;

• il futuro “attuale” del vino sarà determinato dai Millennials (“quelli nati tra il 1978 e il 2000”);

• i vini del Nord Europa – tra i quali Kramer rubrica anche quelli dell’Italia Settentrionale – saranno “altamente apprezzati”;

• i tappi in sughero saranno “se non obsoleti, quantomeno passé”: alla nuova generazione di bevitori non interessa nulla del tipo di tappatura; 

• “I cosiddetti vini naturali non esisteranno”. Perché? perché diventeranno mainstream, la normalità; 

• la richiesta di vini poco alcolici crescerà e i produttori di aree calde dovranno studiare soluzioni per ridurre il volume alcolico dei loro vini.

Mi concentro sugli ultimi due punti. Il ruolo del grillo parlante, dell’io ve l’avevo detto, di chi mette il cappello su quella che a distanza di tempo si rivela un’opinione meno minoritaria è preventivamente antipatico, ma chissenefrega.

Certo, mi ricorda il Gentili che nel gruppo di firme del periodico americano Kramer è quello che con più frequenza esterna le sue simpatie per vini meno debitori della forza muscolare degli estratti. Resta il fatto che la musica pare cambiare velocemente anche in quel grande continente.

Una parte – certo marginale – della stampa di settore italiana ribatte da molti anni su concetti pressoché analoghi. Le varie consorterie di regime, all’opposto, hanno sempre vissuto questi pungoli critici come abbaiate di cani sciolti. Sottovalutandole e irridendole, sulle prime, osteggiandole e boicottandole sulle seconde. Ricordo bene i sorrisetti di scherno al grido nel deserto sul fatto che certi rossi fossero impotabili perché aridi come un asciugamano; ingiovabili, come dicono in Toscana.

Il sottotesto della bonaria derisione era: “voi non contate una mazza, a noi ormai interessa soltanto il giudizio dei critici americani”. Opinione finissima, condivisa da una bella fetta delle grandi aziende vinicole italiche. Basata peraltro sul presupposto sbagliato che la stampa di settore miri a “contare” sul mercato, laddove al contrario un’influenza sulle compravendite, in un mondo giusto, ha da essere sempre e soltanto indiretta, e non certo un obiettivo primario di chi scrive.

Ho già citato l’aneddoto del mega enologo di grido che – Anno Domini 2005 – in un incontro privato, davanti a una rispettosa forma di dubbio su un suo prodotto semisolido, se ne uscì al naturale con “eccerto, a voi piacciono solo quei vinacci vuoti dell’Etna”. Tranne poi ritrovarsi un lustro più tardi a tessere le lodi del “magnifico terroir etneo” in varie occasioni pubbliche. Con il probabile retropensiero: “Guarda un po’, devo dare spago a questi quattro stronzoli per una moda del momento”.

Eh no. Non era e non è una moda del momento, cari amici. E mo’ vi tocca pure darvi da fare a cambiare registro, visto che alla fine anche i vostri amati critici statunitensi vi suonano la stessa canzone.

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VOCATIVO
26 maggio 2017 15:58 E come dicono in un luogo non precisato dell'Europa settentrionale: "e mo so' cazzi!"