il BOTTIGLIERE Riflessioni

Contro il parere dei più

di Fabio Rizzari 15 ago 2018 0

Vedere dove nessuno o quasi vede: una delle qualità più rare di Veronelli.

Le storie dei santi non mi appassionano, ogni volta che ho l'impulso di scrivere su un defunto resisto, mi pare che pure le considerazioni più antiretoriche suonino stonate, fuori luogo. Faccio spesso delle eccezioni, come si legge, per Veronelli.

Luigi Veronelli è formalmente dipartito, per l’anagrafe nazionale, il 29 novembre 2004, ma come ben sappiamo parti significative della sua persona sono pienamente vive e attive: non tanto nello sciroppo agiografico di molti suoi autoproclamati allievi, quanto – per dirne una – nella capacità visionaria di precorrere i tempi.

Quando in Italia si scriveva di vino sulle pareti delle grotte appenniniche usando schegge di ossidiana (“io Gnut bevuto liquido rosso della vite con poco sapore ma dopo molta forza nella testa”), Veronelli già buttava sul tavolo – futuro - temi centrali: sulla degustazione, sul linguaggio della degustazione, sulla nomenclatura burocratica, sulla cosiddetta zonazione delle vigne, eccetera eccetera. È facile scrivere “bisogna tornare alla terra” quando tutti tornano alla terra, scrivere “bisogna mappare le vigne migliori” quando molte denominazioni accolgono da tempo le MGA menzioni geografiche aggiuntive, o come cavolo uno voglia chiamarle. Molto meno facile vedere il futuro attraverso il muro opaco di tre o quattro decenni a venire.

A questo talento unico penso riaprendo per caso, grazie a un caro amico, il volume dedicato alla Toscana delle Guide Veronelli all’Italia piacevole (Garzanti, 1970). Nel quale si leggono diverse cose sorprendenti.

A cominciare dall’introduzione, che nel finale scandisce:

“Mesi e mesi ho battuto le terre luminose – la Toscana, ha scritto Ardengo Soffici, è luce e terra con pochi alberi fioriti – a volte sopraffatto dal timore (raro in me, immodesto, presupponente, puntiglioso) di ‘non farcela’, ma sempre con la gioia ampia della continua scoperta.

In questi borghi, nelle colline, nei campi si fanno chiare le ragioni della alienazione cittadina, del nostro rifiuto e dell’esigenza del ritorno contadino, mossi dalla nostalgia di un mondo che sappiamo, contro il parere dei più, ripetibile (le promesse della ‘città nuova’ sono promesse di morte).

Aprendo più avanti, le pagine dedicate al Brunello colpiscono per la forza evocativa e anticipatrice; per esempio circa i cru (del Greppo in questo caso):

“Eccezionali: Pieve Vecchia, Pieve Vecchina e Chiusa (per la ricchezza del terreno in pliocene e galestro); molto buoni: Greppino e Scarnacuoia (per la ricchezza in galestro). Non sarà facile portare avanti la classifica, renderla completa, anche per la rarità, e l’alto costo, e le gelosie del vino prezioso; col tempo, col passare degli anni, forse.

En passant ecco resi espliciti, poco più avanti, i gradi del suo apprezzamento circa le aziende imbottigliatrici dell’epoca:

“Io stimo oggi produttori massimi i signori Biondi Santi della fattoria Il Greppo e l’avvocato Giovanni Colombini della fattoria dei Barbi, e seguo con interesse le produzioni delle fattorie Poggio alle Mura (Mastropaolo), Poggione (Leopoldo Franceschi) e Col d’Orcia (Stefano Franceschi, di Sant’Angelo in Colle).”

Proprio vero: di allievi di Veronelli ce ne sono a sacchi; di Veronelli ce n’è uno solo.

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