il BOTTIGLIERE Riflessioni

Carbonnieux e la DS

di Fabio Rizzari 04 ott 2017 5

I bianchi bordolesi non conoscono la fama che meriterebbero in terra italica.

Anche nei sergenti di ferro della degustazione, nei soggetti più coriacei che non si fanno condizionare dalle regalìe del produttore, figuriamoci da una stupida e inerte etichetta, una sottile vena di imprevedibilità emotiva può infiltrarsi ad alterare la valutazione finale di un vino.

Durante una sessione di assaggio una luce troppo diretta, il colore di una parete, il profumo del dopobarba del collega belga, possono creare imprevedibili microcortocircuiti dei sensi. La sensibilità acuta che un assaggiatore sviluppa – deve sviluppare – per professione si comporta come una carta moschicida: ogni sfumatura percettiva “si appiccica” al vino che sta provando; che egli ne sia consapevole o no.

Personalmente me ne sono accorto in numerose occasioni. Stappare un anziano Carbonnieux Blanc, l’altra sera, ha riattivato i circuiti neuronali della prima visita allo Château, più di vent’anni fa. Ancora assonnato per una sveglia svogliata, dopo una notte di bevute un po’ eccessive presso il Bistrot du Sommelier di Bordeaux, vagamente irritato dal birignao tutto nasale del pizzangrillo* francese che ci faceva strada nel cortile, rimasi colpito dalla vista di una bellissima Citroën DS rossa (un acronimo gallico che gioca sulla pronuncia, più o meno analoga a déesse, “dea”).  

Da allora nella mia mente, sebbene io non sia romanista, davanti a una bottiglia di Carbonnieux Blanc si forma un’immagine giallorossa. E in una qualche misura imponderabile la bellezza ipnotica delle forme della DS si è infiltrata nella mia opinione – meglio: nella mia casella mnemonica etichettata Carbonnieux Blanc – e ne ha condizionato la valutazione complessiva.

En passant, annoto con dispiacere come i vini bianchi prodotti nel bordolese non godano della considerazione che meriterebbero qui in Italia. Il pregiudizio presso gli enofili esigenti è che siano vini tecnici, senza ispirazione né originalità. Dei bianchi fatti con lo stampino, a base soprattutto di sauvignon, in uvaggio con il sémillon: puliti, scorrevoli, freschi; i più economici sull’erbaceo spinto, i più ambiziosi sul boisé spinto.   

Uno schema che in media aveva un qualche fondamento, ma che ora è un ingeneroso luogo comune. Nella migliore delle ipotesi sono bianchi stilizzati, longevi (il Carbonnieux Blanc che ho aperto era un 1996: obiettivamente stanco, ma ancora capace di lampi di vitalità residuale al palato), e – se si escludono due o tre etichette de luxe come Haut Brion e Cos d’Estournel – anche in media non costosi.  

Il capace enologo Denis Dubourdieu, che ci ha lasciato troppo presto pochi mesi fa, ne ha fatti nascere molti di Bordeaux Blanc davvero buoni; e se non originalissimi sul piano aromatico e gustativo, fedeli compagni della tavola.  

* vecchissimo termine romanesco, ormai in disuso, che sta all’incirca per “gracile ma vivace”; detto soprattutto di bambini, ma per traslato anche di giovani adulti allampanati (cfr Gassman/Peppe er Pantera ne L’audace colpo dei soliti ignoti, 1959).   

COMMENTI (5) AGGIUNGI UN COMMENTO



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Stefano
4 ottobre 2017 10:38 Buongiono Fabio, mi trovo in disaccordo su alcuni punti del tuo testo. Trovo per esempio molto originali certi Bordeaux bianchi con prevalenza di sémillon, o quelli che inseriscono buone quantità di sauvignon gris; squisiti poi -ruffianissimi!- quelli con tanto muscadelle nell'uvaggio. C'è poi il capitolo dei veri e propri Sauternes/Barsac secchi, ma forse non ne hai scritto perché li consideri categoria a parte. Sono anche moltissimi i Bordeaux blanc assai costosi, perché pure i grandi château hanno il loro bianco. Ci sarebbe da intendersi sul concetto di "costoso" in realtà, e per il resto hai ragionissima: si trovano qui in Italia bottiglie godibilissime sotto ai 10 euro, in Francia addirittura intorno ai 5. Non riesco invece assolutamemte a trovare qui i Clairet, tipologia dimenticata alle nostre latitudini. Aiutami tu!
Fabio Rizzari
4 ottobre 2017 14:16 Giusto Stefano, non pochi bianchi bordolesi sono molto meno ovvi e prevedibili di quanto dica la vulgata. Non ho scritto dei liquorosi perché appunto si tratta di una tipologia ben distinta. In effetti il concetto di “costoso” è fluttuante e soggettivo: nel mio caso mi riferisco a vini sopra gli 80/100 euro, e non mi risulta che siano numerosissimi (ma detesto occuparmi di prezzi e posso essere rimasto indietro). Quanto all’ultima parte del tuo commento, non sono sicuro di afferrare: “clairet”? non li conosco, ahimè... se invece ti riferisci al termine anglosassone - britannico specificamente - “claret”, che designa in modo generico i rossi bordolesi: in Italia si trovano abbastanza, anche se circondati da un alone poco modaiolo.
Stefano
4 ottobre 2017 14:45 "Claret" è un termine glorioso, che coincide con la storia dei vini di Bordeaux e con la storia tout-court. La appellation per designare oggi alcuni tipi di rosato bordolese è proprio "Bordeaux Clairet", da non confondere però con i "Bordeaux Rosé", che sono leggermente diversi (a questo punto non accuserei i Francesi di essere complicati, perché pure noi...). Alludevo poi ai bianchi in versione secca dei prestigiosi Sauternes (questi ultimi non mi pare appartengano al genere liquoroso). Senti che fantasia: Y di Yquem, G di Guiraud, R di Rieussec. Giuro che non voglio essere pignolo, chiedo venia!
Fabio Rizzari
4 ottobre 2017 15:47 Arieccomi: capisco il riferimento alle singole sottozone, tuttavia vale quanto detto sopra: i Sauternes e Barsac non li ho considerati, trattandosi di tipologia a parte; quanto alle versioni “secche” di alcuni Château di quelle aree - Ygrec e compagnia cantante - si tratta comunque di Bordeaux Blanc (non esistendo a quanto ne so l’appellation Sauternes o Barsac “sec”). Confermo di ignorare i Bordeaux Clairet, in decenni di visite in zona e di assaggi ai Primeurs de Bordeaux non ne ho vista una singola bottiglia...
Martin
5 ottobre 2017 15:21 Chateau Penin fa un Bordeaux Clairet che pago 6 euro su 1jour1vin e che d'estate bevo a vagonate, in effetti.